TITOLO ORIGINALE: Inglourious Basterds
REGIA: Quentin Tarantino
INTERPRETI: Brad Pitt, Christoph Waltz, Eli Roth, B.J. Novak, Cloris Leachman, Diane Kruger, Julie Dreyfus, Mélanie Laurent, Daniel Brühl, Samm Levine, Til Schweiger
PRODUZIONE: U.S.A.
ANNO: 2009
DURATA: 148'




REGIA: Woody Allen
INTERPRETI: Larry David, Evan Rachel Wood, Patricia Clarkson, Adam Brooks, Lyle Kanouse,Michael McKean, Clifford Lee Dickson, Yolonda Ross, Carolyn McCormick, Henry Cavill, Ed Begley Jr., Steve Antonucci, John Gallagher Jr., Nicole Patrick
PRODUZIONE: U.S.A. / Francia
ANNO: 2009
DURATA: 92'
“L'universo si esaurisce. Perché non dovremmo noi?”.
In questa paradigmatica frase, pronunciata dal cinico, misantropo e nevrotico Boris Yelnikoff (Larry David) è pienamente riflessa l' Allen filosofia.
Prendere o lasciare.
Dopo quattro anni di volontario esilio da parte del grande cineasta newyorchese la parola d'ordine è: 'ritorno a casa'.
Le atmosfere inglesi e spagnole hanno giovato certo, 'Match Point' è stata la definitiva prova del nove da parte del regista, una rivincita nei riguardi di quella critica che oramai lo riteneva spacciato, affossato nel suo stesso narcisismo autoriale. Woody Allen, il regista americano che piace più agli europei che agli americani stessi. Un'etichetta difficile da togliere, considerando spesso l' anti commercialità dei suoi film che poco s'addice al cinema mainstream.
Congiuntamente al detto sarcastico secondo il quale Woody Allen 'gira lo stesso film da trent'anni', verrebbe da rispondere che anche il peggior film di questo regista è indubbiamente superiore alla (stra)grande maggioranza delle pellicole d'oltreoceano.
Tempo fa aveva dichiarato che non avrebbe più recitato in una sua pellicola, facendo intuire che l'irresistibile parte ritagliatosi nel divertente 'Scoop' di tre anni fa, sarebbe stata l'ultima.
Nel suo ultimo lavoro “Whatever Works”, ribattezzato dal doppiaggio nostrano “Basta che funzioni” (una volta tanto la traduzione illetterale di un titolo non è tuttavia non inerente al contesto), con grande ed inevitabile sagacia ricorre ad uno dei più vecchi trucchi del mestiere: L'alter ego.
Tra l'altro non vi è da sorprendersi, constatando che anche in precedenza si è servito dell'analogo metodo in almeno un paio di occasioni.
Boris è un settantenne paranoico, irritante e irascibile, reduce da un tentato suicidio, autoproclamatosi genio per essere quasi arrivato a ricevere il Nobel per la Fisica. Trascorre il tempo con il suo gruppo di amici, sfogando le proprie frustrazioni a loro ed al mondo intero: oppure impartisce lezioni di scacchi a malcapitati bambini vittime inermi della sua severità e della sua collera.
Boris non sorride al mondo perché semplicemente è il mondo a non sorridergli mai. Una sera rientrando nello squallido seminterrato dove vive da quando la moglie l'ha lasciato, trova adagiata sulle scale Melodie (Evan Rachel Wood), una ragazza sempliciotta e ingenua proveniente dal Mississipi. I due avvieranno una inusuale quanto sincera relazione.
Woody Allen come al solito imposta la scena con impeccabile precisione: “Basta che funzioni” è un film prettamente teatrale, ricco di interni, dialoghi logorroici e frenetici tipici del suo stile, la direzione degli attori è ben coadiuvata da una regia priva di particolari virtuosismi, ma presente e attenta: Woody Allen dirige con semplicità, quindi stretto l'utilizzo di primi piani e controcampi. Il protagonista fin dall'inizio si rivolge agli spettatori come fosse a conoscenza di essere scrutato dall'altra parte dello schermo. Una tecnica che ricorda ravvicinatamente il Woody Allen d'annata, quello più nevrotico ed intimista che in “Io & Annie” non faceva altro che interloquire verso la macchina da presa, svelando le proprie ansie e preoccupazioni.
Non a caso si dice che il copione di quest'ultimo film sia stato scritto trent'anni e fa e tenuto fin'ora custodito in un cassetto.
“Basta che funzioni” nella sua struttura di racconto, per l'alta dose di cinismo che contiene è molto accostabile a “Anything Else” (2003), probabilmente il film più cattivo dell'intera filmografia, nonché e soprattutto uno fra i più sottovalutati degli ultimi anni: sebbene in “Anything Else” oltre al ruolo di regista si era ritagliato anche quella parte di 'cattivo maestro' del bravo e sincero protagonista interpretato da Jason Biggs.
In “Basta che funzioni” si limita a dirigere, trovando in Boris Yelnikoff/ Larry David, un alter ego ancor più arrabbiato ed isterico.
Oltre a segnare il ritorno all'ovile del regista “Basta che funzioni” rappresenta una svolta non indifferente nella nostra contemporaneità: difatti è la prima pellicola dell'era Obama.
Melodie, (una bravissima e convincente Evan Rachel Wood) è lo stereotipo della ragazza del Sud, figlia dell' America più bigotta e conservatrice. É prevalentemente stupida, ma allo stesso tempo è nella sua stupidità che si intravede quel barlume di innocente purezza.
Non a caso il regista frappone due personalità diametralmente opposte che raffigurano i due poli estremi della vita: l'ignoranza (Melodie) e la conoscenza (Boris).
L'anziano settantenne non avrà problemi nel plasmare la sua nuova compagna a sua immagine e somiglianza, ma lei continuerà inesorabilmente ad essere sé stessa in un modo o nell'altro.
“E' più facile capire la meccanica quantistica che la vita” dice ad un certo punto Boris. Qui sopraggiungono le 'solite' alleniane divagazioni: la vita è predominata dal destino, tutto nasce per un fortuita casualità. Allo stesso modo il regista continua imperturbabilmente a concepire il mondo attraverso la sua ottica: non a caso il film è pervaso da uno strato di profondo nichilismo. Col passare degli anni, la visione del mondo, 'del suo mondo' continua a farsi sempre più grigia e cupa. Ma esiste ancora la possibilità di essere felici, in qualsiasi modo. Bisogna soltanto saperla cogliere, poiché è leggiadra e sfuggevole come una foglia al vento. Non importa 'chi si è' o 'cosa si fa'.
Basta che si riesca a trovare una serenità interiore. Basta che funzioni, appunto.
Woody Allen non risparmia di certo una critica alla società conservatrice, benpensante e moralista: i due genitori della ragazza ( gli eccezionali comprimari Patricia Clarkson ed Ed Begley Jr.) una volta conociuto Boris cambieranno radicalmente la loro personalità, entrando a contatto con un universo nuovo e sconosciuto. Il quartiere Village di New York rappresenta una vera e propria ventata d'aria fresca, influenzando le loro tradizioni e disinibendo i loro sensi. Soltanto così scopriranno di aver raggiunto la reale felicità.
Woody Allen estremizza il concetto di 'libertà', in maniera forse bizzarra ed accentuata, mostrando uno strano ed inaspettato 'menage a trois' che può essere considerato sinonimo di immoralità e perversione, ma che invece, a detta di chi scrive, rientra pienamente nell'atmosfera liberatoria a cui appunto, il momentaneo happy ending cerca di ammiccare: così come l'omosessualità latente presente nel padre della ragazza.
Fra notevoli pregi come i dialoghi e la splendida direzione degli attori, il film presenta inevitabilmente anche dei difetti. L'ostentato nichilismo sfoggiato e la mancanza di veri valori in cui credere, l'assenza di religione visto che tutto è determinato dal caso e 'Dio è un arredatore' o 'Se esiste è gay' (aforismi di Boris), possono essere travisati come una sorta di disperati ed autocommiserativi allarmismi di un regista frustato e angosciato, al capolinea della sua creatività: invece sono del tutto inerenti allo stile implacabile e caustico di una qualsiasi black comedy che si rispetti. Le situazioni talvolta al limite del grottesco presenti nel film non possono non far sorridere.
La conferma che Woody Allen è uno fra i pochi registi in circolazione che riesce ancora magistralmente a riflettere la condizione umana nei film che realizza.




E' sconfortante ammetterlo, ma è la cruda verità: al peggio non vi è mai fine. Constatando l'assoluta inadeguatezza di un (presunto) regista come Frank Miller, la fastidiosa arroganza con la quale egli si pone dietro la macchina da presa, la profonda mancanza di stile ed umiltà, di idee, di un briciolo di creatività: c'è da restare impalliditi. Di fatto, il Miller regista si conferma come un pessimo cineasta, incapace di realizzare una pellicola che riesca a tener sveglio oltre la prima mezz'ora: e se già coadiuvato da Robert Rodriguez ( altro regista ingiustamente osannato, ma questo è un altro discorso) aveva mostrato i suoi evidenti limiti,“Sin City” è infatti da annoverare tra i film più bruttini di inizio millennio, con “The Spirit” riesce ancor più a stupire (in negativo). Forse non gli sono bastate quelle accuse peraltro abbastanza fondate di spiccate ideologie fasciste e testosteroniche conseguite all'uscita nelle sale di quel “300” il quale era riuscito a disturbare del tutto la mente di ragazzini già di per sé esaltati. Se con “300” Frank Miller non si era reso conto della pericolosità del suo prodotto, almeno forse quel film riusciva ad essere almeno involontariamente comico.
“The Spirit” invece è talmente brutto, noioso, lento e volgare, da risultare inguardabile sotto ogni punto di vista.
Tratto dalla già modesta e datata graphic novel di Will Eisner (ma al cui cospetto il fumetto appare quasi come un capolavoro artistico inarrivabile, sia chiaro) “The Spirit” è come una persona che mostra fin da subito la sua antipatia. Girato completamente in blue screen come del resto tutti gli altri lavori del regista, coadiuvato da una recitazione collettiva da far venire la pelle d'oca, “The Spirit” si rivela una pellicola violenta e falsamente visionaria. Incomprensibile. Una storiella buttata là su due piedi.
Ma la questione più grave è un'altra, a prescindere dal valore effettivo della pellicola: Frank Miller utilizza la macchina da presa non come mezzo cinematografico. Oltre alla completa inconsistenza della trama e la totale staticità degli attori- imposta forse dallo stesso Miller?- paragonabile a quella di un fotoromanzo. Attori peraltro bravi ( specialmente Samuel L. Jackson e Scarlett Johansson ) qui completamente sprecati, la cosa che rattrista di più è constatare che “The Spirit” è un film di sola estetica, privo di sentimenti e d’emozioni e cosa ancora più grave a differenza di altri film tratti da fumetti, impersonale. Come se non bastasse, oltre al fastidiosissimo e incessante bianco e nero, oltre alle ridicole reminiscenze oniriche, Frank Miller riesce persino a rivelarsi come l'indiscusso portavoce di un becero maschilismo, esibendo a buon mercato sullo schermo ed in maniera piuttosto plateale il corpo scultoreo di Eva Mendes, le sinuose curve della sempre bella Scarlett ( anche se in questo contesto a lei estraneo sembra sofferente come un pesce fuor d'acqua!), le volgari movenze della spagnola Paz Vega, la brutta copia di Penelope Cruz per chi ancora non la conoscesse.
Frank Miller sarà anche un valido fumettista, ma che stia lontano dalla cinepresa una volta per tutte. La sua idea di cinema, la digitalizzazione che attua in maniera incessante, non fanno altro che vanificare la settima arte. La feriscono a morte, nel profondo. Non si può dare un voto ad uno dei peggiori film a memoria d'uomo: ad un film che purtroppo contribuisce inesorabilmente alla morte stessa del cinema.

Roberto Saviano è uno fra i pochi uomini appartenenti alla nostra contemporaneità e alla storia in generale al quale l'appellativo di 'eroe' è così calzante da non risultare assolutamente inopportuno o abusato.
Un trentenne (ricordiamoci che è del 1979) che oggi poteva condurre una vita normale, serena, ma che invece ora è prigioniero del terrore, dello sgomento, della tristezza, di quell'angoscia di cui, in maniera implicita, egli stesso né il fautore. Tutto questo per una scelta, un' ostica strada da percorrere: quella della libertà. La libertà di mostrar(ci) l'immensità del male, quell'inferno dantesco, quel tunnel senza uscita denominato, in maniera sintetica ma efficacissima: CAMORRA.
Saviano è un patrimonio dell' Italia, è un tesoro 'umano' prezioso, da custodire gelosamente, da proteggere, da amare. Non da deridere, offendere, insultare, diffamare. Il suo è un prezzo troppo alto da pagare, insostenibile.
E' il prezzo della verità: riduce in brandelli e annichilisce impietosamente il senso di (soprav)vivere.
BUON COMPLEANNO ROBERTO, TI VOGLIAMO BENE!



REGIA: Clint Eastwood
INTERPRETI:Clint Eastwood, Cory Hardrict, Bee Vang, Christopher Carley, John Carroll Lynch, Geraldine Hughes, Brian Haley, Brian Howe, Nana Gbewonyo
PRODUZIONE: U.S.A.
ANNO: 2008
DURATA: 113'
Il vecchio e rude Walt Kowalski, reduce della guerra di Corea, non ha mai smesso di combattere. Vive perennemente in trincea, contro tutto e tutti, parenti e amici. Al funerale di sua moglie ascolta silenziosamente il frenetico chiacchiericcio dei suoi due figli, oppure redarguisce con sguardo perseverante il comportamento poco educato di sua nipote. Risponde male anche ad un prete novizio che a suo dire in maniera incompetente continua a predicare di vita e di morte: già, cosa ne sa lui della morte, così giovane e inesperto della vita?
Walt abita in una casa di periferia, in un quartiere multi etnico, attorniato da vicini asiatici a cui non rivolge né una parola, né un gesto, ma anzi guarda con disprezzo.
Il tentato furto della sua pregiata Ford modello Gran Torino del 1972, innescherà indelebili ripercussioni.
Ora, a prescindere da eventuali preamboli, va innanzitutto specificato che il cinema di Clint Eastwood è dichiaratamente ed emblematicamente ideologico. E’ inevitabile. Il ché, per alcuni, può essere inteso come sinonimo di uno schieramento politico: ed è anche vero, va sottolineato, di quanto ormai sia risaputa la sua militanza repubblicana.
Ma Clint Eastwood è tutt’altro che il portavoce di una “destra” reazionaria. Con “Gran Torino”, firma una fra le sue opere più moralmente e civilmente impegnate. Complementare al suo cinema. Difatti Walt Kowalski non è altro che un Unforgiven come William Munny, anche lui non è stato mai perdonato ( da sé stesso), combatte i suoi demoni, continua irreparabilmente ad annacquare nei suoi ricordi di guerra dolenti e mai dimenticati, fa sventolare la bandiera a stelle e strisce, cerca di mascherare la sua solitudine attraverso l’ ostinazione nel concedersi agli occhi degli altri. “Gran Torino” è l’esempio più folgorante di western contemporaneo, dove il giardino di un’abitazione è la raffigurazione di una frontiera da sorvegliare e proteggere dai nemici, non più pellerossa, ma cinesi, neri, messicani: il confine come metafora del proprio territorio, della propria terra, ma è così ingiusto e sbagliato allargare i propri spazi? Osservare il vicino con maggior empatia? Concedersi agli altri pur ovviamente, restando sé stessi?
Questa è la parabola esistenziale di Eastwood. Non c’è più tempo per una 44 magnum, l’ispettore Callahan è stanco di sparare, non che abbia perso il suo caratteraccio, soltanto che s’è adeguato ai tempi.
Il giustizialismo è il sinonimo dell’irresponsabilità collettiva. Vanifica l’umanesimo. Il mito del superuomo non fa altro che rafforzare l’inciviltà e l’ignoranza. La discriminazione verso le altre razze non è altro che il prodotto di una cultura dell’odio: bisogna prima conoscersi a fondo, poiché solo la conoscenza e la comprensione possono appagare quel senso di smarrimento di una Nazione intera.
Walt Kowalski è un uomo solo, senza nessuno: l’amicizia di una ragazza e del suo fratello di etnia hmong fa rifiorire in lui quel senso di appartenenza appunto, che sembrava perduto.
È visibilmente presente in questo magnifico personaggio quella figura di “padre mancante” che c’era anche nel Frankie Dunn di Million Dollar Baby, l’accostamento con un’altra persona finisce col determinare inevitabilmente il proprio destino, le personali scelte ( l’intensa scena finale, scandita al ritmo di un duello western) scaturiscono dai sentimenti che si nutrono verso un’altra persona, il giusto e sbagliato sono linee sottilissimi spesso difficili da scegliere e percorrere, e dove c’è la vita incombe anche la Morte.
Quella di Eastwood è un’estenuante ricerca verso un mondo perfetto, ecco perché è un regista così profondamente ideologico: i suoi ideali però si infrangono nella demitizzazione di un Paese, l’America, il SUO paese, che ha perso ogni briciolo di innocenza, dove persino il rapporto con Dio è reso difficile ed a tratti impossibile.
Ottimamente recitato, caratterizzato da una regia classica e impeccabile, una fotografia asciutta e bellissima, ed impreziosito da un humour sferzante ed intelligente, “Gran Torino” si presenta come uno straordinario apologo morale, coinvolgente e sincero: un capolavoro di forma e contenuto che elude qualsiasi buonismo, nel finale auspica ad un senso di speranza, un messaggio di giustizia, un invito alla tolleranza.
Qualcuno può parlare di retorica dell’antiretorica. Quintessenza del pensiero eastwoodiano, invece: puro, etico, tangibile.




REGIA: Fritz Lang
INTERPRETI: Gustav Frohlich, Brigitte Helm, Alfred Abel, Rudolf Klein-Rogge, Fritz Rasp, Theodor Loos, Erwin Biswanger
PRODUZIONE: Germania
ANNO: 1926
Visionario, innovativo, affascinante, evocativo. I primi aggettivi che vengono in mente dopo la visione di METROPOLIS, assoluto caposaldo del genere espressionistico nonché inarrivabile capolavoro cinematografico di tutti i tempi.
Nel 1926 Fritz Lang realizza questo kolossal “muto” avvalendosi di una tecnica incredibile, che mescola straordinari effetti speciali e scenografie dal forte impatto visivo al servizio di una storia intensa e coinvolgente che a distanza di quasi un secolo evidenzia un’attualità sconcertante.
Nel 2026 in un’ipotetica città futuristica, gli uomini operai sono ridotti in uno stato di semischiavitù e costretti a lavorare duramente nelle viscere di una megalopoli, mentre la classe borghese naviga nella ricchezza dei piani alti della città, vivendo nel lusso in immensi grattacieli.
Ma quando Freder, il figlio di John Fredersen, il supermagnate e ingegnere di METROPOLIS, si accorgerà di come la classe operaia viene maltrattata inesorabilmente dal padre, le cose cambieranno.
Devastante apologo sulla prevaricazione e sulla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, METROPOLIS è la raffigurazione più emblematica della futuristica disumanizzazione dei sentimenti: l’uomo privato della sua propria essenza e trasformato in una sorta di automa circoscritto ad un asfittico regime dittatoriale: nella narrazione è quindi evidente un totale annientamento della volontà individuale. Gli uomini costretti a lavorare sottoterra al limite dell’impossibile e identificabili l’uno dall’altro soltanto attraverso numeri di riconoscimento.
Ma ecco che anche nel più completo disfacimento esistenziale che si intravede una luce da lontano, un bagliore di speranza e cambiamento personificato nella dolce Maria, angelica presenza che segretamente nelle profonde catacombe predica agli operai insegnamenti dal forte sapore vangelico, profetizzando l’arrivo di colui che dovrà mediare tra il cervello e le mani, ossia tra la forza e il pensiero.
E’ proprio a causa di questa donna che John Fredersen ordinerà allo scienziato Rotwang di creare un robot ad immagine e somiglianza di Maria, affinché provochi zizzanie tra gli operai.
Ineccepibile dal punto di vista tecnico: le modernissime scenografie di Otto Hunte, Erich Kettelhut, Karl Vollbrecht ed Edgar G. Ulmer e gli effetti speciali di Ernst Kunstmann ed Eugen Schüfftan oltre ad essere visivamente spettacolari, si sono rivelati nel corso degli anni come un’inesauribile fonte d’ispirazione per l’intero mondo del cinema, influenzandolo in maniera radicale: basti pensare, ad esempio, a quel “Blade Runner” di Ridley Scott il quale senza METROLPOLIS, sicuramente non sarebbe mai stato concepito.
Immagini ipnotiche, meravigliose e suggestive nella loro bellezza, cinema puro che non necessita spiegazioni. Fritz Lang si dimostra impeccabile nella realizzazione delle sequenze di massa, oppure dove inquadra ed evidenzia maggiormente il valore espressionistico dell’opera, attraverso riprese ravvicinate che scavano nell’anima dei personaggi. Oltre a essere un prodigio di estetica, METROPOLIS si dimostra anche una convincente e significativa parabola sul senso del potere, sulla disgregazione dei sentimenti, sull’eterna lotta fra il bene e il male e la vittoria del senso della ragione: la dolce Maria non per caso possiede un’importanza cristologica all’interno della vicenda, raffigurando la speranza, la caparbietà a non arrendersi. Mentre il robot è sicuramente l’alter-ego del suo padrone, l’inventore Rotwang, crudele e mefistofelico, alla cui creazione ha donato appunto istinti lussuriosi e fuorvianti.
Se il personaggio di Freder può essere inquadrato in un’ ottica redentoria, quello dell’inventore è invece la chiave di lettura affinché si comprenda la pericolosità della scienza tecnologica e l’uso sproporzionato e irresponsabile che essa può arrecare, se utilizzata a scopi malefici.
Lapalissianamente paradigmatico e irraggiungibile.




REGIA: Sam Mendes
INTERPRETI: Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Kathy Bates, Michael Shannon, Ryan Simpkins, Ty Simpkins, David Harbour, Zoe Kazan, Adam Mucci
PRODUZIONE: Gran Bretagna, U.S.A.
ANNO: 2008
DURATA: 119'
Un sogno bruscamente interrotto ancor prima dell’alba. Le agognate speranze che si infrangono nella quotidiana convenzionalità di un’ esistenza infelice, soporifera, inappagata.
A dieci anni di distanza da ‘American Beauty’, Sam Mendes offre nuovamente un ritratto familiare e la sua conseguente disgregazione filtrata attraverso un’ apparente normalità di facciata, che in realtà nasconde inquietudini e falsità.
I coniugi Wheeler sono una coppia medio borghese nella New York anni cinquanta, Frank ( Leonardo DiCaprio) è un impiegato, April ( Kate Winslet) un’aspirante attrice. La coppia vive insieme a due figli in una confortevole abitazione residenziale. Le loro frustrazioni sono come schegge impazzite e difatti, fin dalle primissime sequenze assistiamo a schermaglie tutt’altro che edificanti che si susseguiranno senza soluzione di continuità.
Tratto dall’omonimo romanzo di Richard Yates, ‘Revolutionary Road’ è un indagine scrupolosa e intima del rapporto di coppia, ambientata in un contesto, quello degli anni cinquanta, così conformista e stucchevole da risultare finto e plastificato. Le ansie e le paure di due giovani sposi sono ben mascherate da uno strato di totale ipocrisia.
Le individuali velleità sono mete irraggiungibili vittime di ineluttabili costrizioni: non si può essere ciò che non si è. Ci è permesso di sognare, ma purché si resti con i piedi per terra.
Perché in realtà questo è il nocciolo del film, dove non vi è divisione tra buono e cattivo, vittima e carnefice, l’unica ‘colpa’ che va attribuita a Frank ed April è soltanto quella di aver creduto di poter materializzare i propri sogni. Per un attimo. Un interminabile attimo. Il sogno americano non esiste perché non è mai esistito, non è altro che un’utopia irraggiungibile.
Eludendo facili stereotipi, Sam Mendes si addentra con bravura nelle pieghe della società americana, mostrando un disarmante realismo e un’ obbiettività sconcertante: guarda caso il cineasta è inglese, ma conosce l’America più di un americano stesso. E tra selvaggi sentieri, meschinità ininfluenti ( lui che tradisce con un’ insipida segretaria, lei totalmente indifferente alla notizia proprio perché oramai priva di amore per lui) nulla è quel che sembra, dove addirittura il sesso è uno sfogo, un appiglio a cui aggrapparsi con lo scopo soltanto di esteriorizzare e scacciare le proprie interiori frustrazioni: eloquente in questo caso la scena dell’amplesso in macchina.
Un mondo dove un ragazzo con problemi mentali ( il bravo Michael Shannon, candidato all’OSCAR) è addirittura il più lucido di tutti, l’unica voce fuori dal coro, che constatata la realtà, inquadra con sincerità la giusta prospettiva attraverso questa frase: “Ci vuole fegato a vedere il vuoto, ma ce ne vuole ben di più per vedere che non c’è speranza”.
‘Revolutionary Road’ è un film lento e introspettivo, dai tempi dilatati, in cui tutto è dosato con estrema precisione, fotografia e colonna sonora contribuiscono con efficacia alla resa delle singole sequenze, in modo particolare l’ultima, scioccante ed inevitabile, in cui la tensione emotiva deflagra in maniera parossistica divenendo quasi insostenibile. Leonardo DiCaprio è bravissimo, ma Kate Winslet è semplicemente eccezionale: così vera, tangibile. Regala l’interpretazione migliore della sua carriera immedesimandosi con mostruosa partecipazione emotiva: ogni suo impercettibile gesto è quindi una dimostrazione di imponente fisicità. Lodevole.
Una visione in lingua originale in questo caso e per un film incentrato prevalentemente sui dialoghi è pressoché necessaria.
‘Revolutionary Road’ è un film disilluso, cupo, tetro, estenuante perché così veritiero e attuale, gli anni cinquanta fungono da perfetto travestimento della contemporaneità. Si può vivere senza sognare, rassegnandosi alla mediocrità di una vita comune ed abitudinaria, non serve cambiare città se si è comunque morti dentro, non serve mettere al mondo figli ed alleviarli per poi condannarli all’infelicità.
Apriamo gli occhi dunque, un nuovo giorno si profila all’orizzonte. E’ la cruda realtà della vita ad annichilirci.


INTERPRETI: Josh Brolin, J.Grant Albrecht, Sayed Badreya, Elizabeth Banks, David Born, Richard Dreyfuss, Scott Glenn, Thandie Newton, Ioan Gruffudd, Ellen Burstyn, James Cromwell, Allan Kolman, Jason Ritter, Jeffrey Wright
PRODUZIONE: U.S.A
ANNO: 2008
DURATA: 129'
Un titolo secco e diretto. Impercettibile, ma denso di significati: W.
W., lettera dell’alfabeto che funziona da inequivocabile passaggio di consegne e che assurge all’assoluto ruolo di protagonista. Si scrive W. si pronuncia ‘double’, ed è così che tutti chiamano il figlio di George Bush, per contraddistinguerlo dal padre.
George ‘Double’ Bush, il peggior presidente della storia americana, il ‘testimone’ volontario dell’undici settembre, nonché il principale fautore di due conflitti mediorientali, ancora incompiuti, Afghanistan ed Iraq, un numero infinito di vittime e un accumulo ancor più grave di disordini e violenza.
Oliver Stone si confronta nuovamente e per la terza volta con un presidente a stelle e strisce, dopo ‘JfK’ e ‘Nixon’, ma questa volta cambia registro, assume uno stile diverso, abbandona la ferocia polemista e le complesse indagini cospiratrici per concentrarsi maggiormente sul personaggio in questione: di fatto il regista, che sembrava completamente affossato dopo il mediocre ‘World Trade Center’ di due anni fa, resta ancora lontano dagli antichi fasti che lo hanno contraddistinto in passato, ma almeno ha ritrovato la verve e l’originalità di un tempo.
W. non è un biopic ( scelta inutile e rischiosa, considerando che il protagonista a cui è dedicato è vivo e vegeto), né tanto meno un ossequioso omaggio ( si sarebbe rivelato alquanto immeritevole), bensì un’accurata e geniale introspezione della figura ragazzo/ uomo/ presidente, diretta con sorprendente tecnica registica.
George W. Bush spiato dal buco della serratura. Osservato nella sfera privata, attraverso i suoi capricci, paranoie, debolezze, manie ossessive. La vita privata messa a nudo, l’apparente virilità dell’uomo completamente vanificata.
Basandosi su una valida sceneggiatura di Stanley Weiser, caustica e sferzante al punto giusto, il film rielabora attraverso l’ utilizzo di importanti e decisivi flashback più di trent’anni di vita privata, alternando freneticamente il passato con il presente, le confraternite universitarie e le sbornie notturne giovanili, con la vigilia dell’ingresso nella guerra in Iraq nel 2002.
I problemi con l’alcol, le manie religiose, il primo incontro con la moglie Laura ( Elizabeth Banks), l’arroganza e la stupidità di un uomo ed il suo difficile e conflittuale rapporto con il padre, figura emblematica quanto ingombrante: in W. non vi è traccia alcuna di undici settembre e né, ancor di più, del dubbio svolgimento delle elezioni politiche del duemila dove, dopo un estenuante scrutinio, l’allora governatore del Texas prevalse sul democratico Al Gore con un margine strettissimo di voti. E’ doveroso sottolineare che l’ assenza di questi due importanti capitoli della storia recente è assolutamente voluta, difatti l’attenzione di Oliver Stone più che soffermarsi nel già visto e rivisto, vuole andare oltre, addentrandosi in sentieri diversi, scavando più in profondità, oltre la superficie: la sua non è una semplice rilettura ma un ritratto nuovo, spiazzante. Certo, a vederlo da una certa distanza può sembrare minimale, forse si poteva calcare più pesantemente la mano, c’è il rischio di travisare il messaggio di fondo: ma offrire un’ immagine più ‘seriosa’ di George W. Bush a chi avrebbe giovato?
A parere di chi scrive, non ne avrebbe tratto vantaggio, ma anzi, l’ennesimo e noioso docu-fiction. In realtà W. è quanto di più accostabile ad uno sconfortante teatrino di burattini, una sorta di puntata extra del ‘Saturday Night Live’, dove i protagonisti intenti a discutere di importanti scelte e strategie da adottare, sembrano invece riuniti in una tombolata fra vecchi amici, a chiamarsi per soprannome e fare a gara a chi dice più scempiaggini.
Inquietante la scena che ritrae il colloquio avvenuto nel 2002 tra il premier britannico Tony Blair e Bush, in cui quest’ultimo pur di trovare un appiglio qualsiasi a cui aggrapparsi propone all’inglese di verniciare un aereo militare americano con i colori dell’ ONU per provocare Saddam, cosicché un eventuale abbattimento del velivolo da parte dell’iracheno sarebbe stato un ottimo pretesto per l’entrata in guerra americana.
Stone effettua una riuscita umanizzazione non accondiscendente del personaggio, dipingendolo come un bambino viziato attorniato da altrettanti cattivi consiglieri, ottimamente interpretati da un gruppo di bravissimi comprimari: Thandie Newton ( Condoleeza Rice), Scott Gleen ( Donald Rumsfeld), Jeffrey Wright ( Colin Powell), ma su tutti spiccano Richard Dreyfuss nei panni del vicepresidente Dick Cheney e James Cromwell in quelli di George Bush Senior.
In una delle scene migliori del film, assistiamo alla delusione di Bush Padre, che non riesce a darsi una spiegazione riguardo alla sconfitta elettorale: un’immagine inedita fin’ora.
Encomiabile Josh Brolin nel dare il giusto spessore al suo personaggio offrendo una valida interpretazione: la somiglianza e la mimica sono pressoché impressionanti.
Chissà se in Italia sarà mai plausibile un’opera così intimista e penetrante su una figura politica nostrana.
W. si presenta come un film grottesco e sarcastico, ironico e dissacrante, dove persino un ritornello musicale soldatesco appare fuori luogo, inadatto alla drammaticità del momento nella quale è collocato. Inadeguato tanto quanto quel tipo là, egoista e inetto, divertente come un clown, capace soltanto di masticare cibo nervosamente e con poca finezza, rischiando peraltro anche il soffocamento.
E’ la storia di un uomo ridicolo. Nient’ altro.


Splendente raggio di sole
gradita ragazza che illumini con lo sguardo,
catturi l'anima di chi ti guarda
di chi ti apprezza,
di chi comprende realmente il tuo smisurato talento,
di chi ama la tua semplice bellezza
di chi ti osserva attentamente
di chi non ti giudica in apparenza,
di chi si è innamorato follemente
di quella tenera Charlotte accovacciata davanti la finestra
che disperatamente cerca
una via di fuga
in un’ esistenza vuota
e priva di soddisfazioni.
Quelli intensi occhi che è impossibile dimenticare:
poiché scrutano nel profondo
ed entrano nel cuore.
Tristezza e commozione per una creatura smarrita
che inconsolabilmente cerca la sua strada.
Quel corpo minuto,
encomiabile glorificazione all’imperfezione
la prorompente sensualità che emana,
le emozioni che provoca
il desiderio che trasmette.
L’ infinita voglia di stringerti a te,
carezzarti,
abbracciarti,
sfiorare le tue morbide labbra
per alcuni interminabili secondi.
Toccare dolcemente il tuo viso
angelico e allo stesso tempo conturbante,
guardarti da vicino
finalmente,
quasi non ci credevo,
non ci speravo più.
Sussurrarti finalmente all’orecchio:
SEI UNICA!