THE DEER HUNTER'S ZONE

Una piccola finestra che si affaccia sulla Settima Arte e sulla Scrittura Creativa.
domenica, 18 ottobre 2009

BASTARDI SENZA GLORIA

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TITOLO ORIGINALE: Inglourious Basterds

REGIA: Quentin Tarantino

INTERPRETI: Brad Pitt, Christoph Waltz, Eli Roth, B.J. Novak, Cloris Leachman, Diane Kruger, Julie Dreyfus, Mélanie Laurent, Daniel Brühl, Samm Levine, Til Schweiger

PRODUZIONE: U.S.A.

ANNO: 2009

DURATA: 148'


C'era una volta nella Francia occupata dai nazisti..”

E' il primo dei cinque capitoli che suddividono il film.
Dissolvenza in nero. Gli spazi aperti. Una casetta di campagna alle porte di Parigi. Un padre e le sue figlie. Una pattuglia delle SS si avvicina, spettrale e minacciosa.
L'uomo ordina alle figlie di rientrare in casa. Si sciacqua il viso. Un soldato nazista, impeccabilmente vestito, gli chiede garbatamente di farlo entrare nella sua abitazione.
Si tratta del colonnello Hans Landa, meglio conosciuto dalla popolazione locale come il famigerato 'cacciatore di ebrei'.
Questa è la scena d'apertura dell'ultima pellicola di Quentin Tarantino: richiama inevitabilmente alla memoria oltre a Sergio Leone (quel c'era una volta.., la musica di sottofondo) anche il John Ford di “Sentieri Selvaggi”.
Questo precede una lunga sequenza dialogata ricca di primi piani altamente intensi e significativi tra i due personaggi che si protrae per una ventina di minuti e la quale culmina in una deflagrante esplosione di violenza.
All'occhio dello spettatore più attento e maggiormente conoscitore del Tarantino's Style non può sfuggire quella breve ma concisa scena in cui il colonnello nazista si accende la sua maiuscola pipa, così strana e pacchiana, inopportuna per la drammaticità del contesto nella quale è posta. Ridicola e involontariamente comica: ed è proprio qui che si è proiettati in quell'atmosfera atipica per qualsiasi war movie che si rispetti, ma che, indissolubilmente, appartiene unicamente a Quentin Tarantino. E' un'esigua ma efficace rappresentazione del paradosso tanto cara al regista.
Originariamente il copione di “Inglorious Basterds” (la 'e' al posto della 'a' è un errore voluto) è stato concepito ancor prima di Kill Bill. Poi accantonato, o meglio rimandato a dopo Grindhouse.
I Bastardi del titolo sono otto soldati ebreo- americani senza scrupoli, disposti a tutti pur di uccidere più nazisti possibili. Sono capeggiati dal rude tenente Aldo Raine (un irresistibile Brad Pitt) e si muovono nell'ombra nella Francia occupata.
Hitler farebbe l'impossibile per vederli morti.
Bastardi senza gloria” non è un film di guerra bensì semplicemente un film di Tarantino.
Il geniale regista nato a Knoxville, Tennessee, quarantasei anni fa, è innanzitutto un grande cinefilo. La sua cultura cinematografica è prettamente autodidatta: quella di un ragazzo cresciuto a pane e cinema, per anni commesso in un videostore di Los Angeles.
Il suo è un universo a sé costellato da inarrestabili forze iconoclastiche. Per capire o apprezzare a pieno un suo lavoro è necessario innanzitutto essere un discreto esploratore delle sue tematiche. Perché sono quelle tematiche o meglio dogmi, a ripercorrersi instancabilmente nei film in maniera quasi ossessiva.
Tarantino ama giocare con le situazioni: mescola sapientemente vari generi, unisce il western al war movie.
Il tenente Aldo Raine possiede l'audacia e la ferocia di un guerriero pellerossa: ordina difatti ai suoi uomini di prelevare lo scalpo dei tedeschi ammazzati. Il colonnello Landa (un eccezionale Christoph Waltz in odore di OSCAR) rappresenta la sua nemesi, come in qualsiasi western che si rispetti: è spietato ma allo stesso tempo il suo personaggio riesce ad apparire simpatico agli occhi dello spettatore.
Una trama semplice ma ben articolata: porre fine al Terzo Reich.
La struttura di racconto è composta da tre storie parallele destinate a convergersi. Vite umane accomunate dal medesimo sentimento: la vendetta.
C'è la ragazza ebrea sfuggita al massacro della sua famiglia (vedi scena iniziale) Shosanna Dreyfus, interpretata da una sorprendente e misconosciuta Mélanie Laurent, che trascorsi quattro anni da quell'infausto giorno ora conduce a Parigi la sua esistenza con una nuova identità, gestendo un cinema che proietta film su film, pellicola su pellicola di propaganda filonazista. E nel suo cinema che Goebbels decide di proiettare 'Orgoglio della nazione'. La ragazza allora escogita un astuto e diabolico piano vendicativo volto a incendiare l'intera sala gremita di tedeschi.
Allo stesso tempo i servizi segreti britannici col beneplacito del primo ministro Churchill ingaggiano un loro agente affinché collabori con la spia tedesca, l'insospettabile e famosa interprete del cinema espressionista Bridget von Hammersmark (Diane Kruger) allo scopo di organizzare un attentato al Führer nel medesimo cinema.
Lei la mente e i 'bastardi' il braccio.
I destini del Colonnello Hans Landa, il quale ha il compito di occuparsi della sicurezza all'interno della sala, insieme a quelli della ragazza ebrea, della spia tedesca e dei suoi complici, si incroceranno nello stesso luogo. Guarda caso un cinema. L'ennesima e metaforica rappresentazione della filosofia del regista. Il suo tipo di (far) cinema è senza peccare di blasfemia, il vangelo secondo Tarantino. L'ottica con la quale egli affronta le sue opere, mai come in questo caso, è strettamente legata, quasi in simbiosi, al significato emblematico del cinema stesso: l'immaginazione nella sua forma più pura. Il cinema che si fa arte. L'arte che rende giustizia alla più grande tragedia del novecento.
In 'Bastardi senza gloria' Quentin ha riscritto la Storia: dimostrando che si può (utopicamente) vincere una guerra soltanto attraverso la trascendentale forza della settima arte, la più grande illusione.
Nel finale si vede la 'testa gigante' di Shosanna in un filmato proiettato sul grande schermo, dove annuncia agli ignari spettatori dell'imminente incendio. Questa scena sta a raffigurare come la modalità di vendetta utilizzata e voluta da Shosanna sia in puro stile tedesco. All'epoca i messaggi propagandistici tedeschi erano filtrati attraverso il mezzo cinematografico. Ora la 'vendetta ebrea' si scaglia verso l'oppressore ritorcendogli contro quello stesso mezzo, attraverso di esso. Questo è il prezzo da pagare.
Soltanto il cinema può osare tanto, riscrivendo il finale della seconda guerra mondiale. Soltanto Tarantino può riuscirci, in maniera ucronica.
Impreziosito dalla grandissima interpretazione di Christoph Waltz, premiato a Cannes come miglior attore, poliglotta ( riesce perfettamente a parlare quattro lingue diverse), mellifluo e cinico nei panni del perfido colonnello nazista, “Bastardi senza gloria' è costellato da lunghissimi dialoghi che però non appesantiscono il ritmo della visione, un ottimo montaggio ed una splendida colonna sonora che mescola brani di vario genere.
In particolare due sono le sequenze antologiche nel corso della visione: quella iperrealistica ambientata nell'angusta locanda (la quale, in pure stile tarantiniano culmina in un Mexican Standoff) e l'iperbolica sequenza finale 'incendiaria' all'interno della sala cinematografica.
Tarantino si dimostra un perfetto esteta. Le scene d'azione (qualcuno ha coniato il termine 'Pulp War') talvolta coadiuvate da rallenty, sono spettacolari e ben dirette.
E' presente anche una nuova versione, decisamente più violenta, di Cenerentola (con Diane Kruger protagonista): visibile sfogo feticista da parte del regista?
Il cast è in gran spolvero, Eli Roth qua presente come attore nei panni del sergente Donnie Donowitz, soprannominato l' 'Orso Ebreo' che ammazza i nazisti a colpi di mazza da baseball sulla testa, è colui che in realtà ha diretto il film nel film, 'Orgoglio della Nazione' (dichiaratamente propagandistico, è una sorta di sergente York tedesco).
L'interpretazione di Diane Kruger, seppur efficace, è di gran lunga inferiore a quella della bellissima Mélanie Laurent.
Inutile enunciare le innumerevoli citazioni sfoggiate nell'opera: ad esempio il generale inglese interpretato in un cammeo da Mike Myers si chiama Ed Fenech, omaggio ad Edwige Fenech.
Non si può estromettere però l'ultimissima sequenza in cui Aldo Raine/ Brad Pitt , orgoglioso e fiero dopo aver marchiato a sangue una svastica sulla fronte del nemico esclama rivolgendosi al suo compagno di guerra: “Sai una cosa? Penso che questo potrebbe essere il mio capolavoro.”
Inequivocabile sintomo di compiaciuta autoreferenzialità da parte di un regista che non smetterà mai di sorprenderci.


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postato da MarcoSorrentino alle ore ottobre 18, 2009 18:22 | link | commenti (3)
categorie: tarantino quentin
venerdì, 09 ottobre 2009

BASTA CHE FUNZIONI

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TITOLO ORIGINALE: Whatever Works

REGIA: Woody Allen

INTERPRETI: Larry David, Evan Rachel Wood, Patricia Clarkson, Adam Brooks, Lyle Kanouse,Michael McKean, Clifford Lee Dickson, Yolonda Ross, Carolyn McCormick, Henry Cavill, Ed Begley Jr., Steve Antonucci, John Gallagher Jr., Nicole Patrick

PRODUZIONE: U.S.A. / Francia

ANNO: 2009

DURATA: 92'


“L'universo si esaurisce. Perché non dovremmo noi?”.

In questa paradigmatica frase, pronunciata dal cinico, misantropo e nevrotico Boris Yelnikoff (Larry David) è pienamente riflessa l' Allen filosofia.
Prendere o lasciare.
Dopo quattro anni di volontario esilio da parte del grande cineasta newyorchese la parola d'ordine è: 'ritorno a casa'.
Le atmosfere inglesi e spagnole hanno giovato certo, 'Match Point' è stata la definitiva prova del nove da parte del regista, una rivincita nei riguardi di quella critica che oramai lo riteneva spacciato, affossato nel suo stesso narcisismo autoriale. Woody Allen, il regista americano che piace più agli europei che agli americani stessi. Un'etichetta difficile da togliere, considerando spesso l' anti commercialità dei suoi film che poco s'addice al cinema mainstream.
Congiuntamente al detto sarcastico secondo il quale Woody Allen 'gira lo stesso film da trent'anni', verrebbe da rispondere che anche il peggior film di questo regista è indubbiamente superiore alla (stra)grande maggioranza delle pellicole d'oltreoceano.
Tempo fa aveva dichiarato che non avrebbe più recitato in una sua pellicola, facendo intuire che l'irresistibile parte ritagliatosi nel divertente 'Scoop' di tre anni fa, sarebbe stata l'ultima.
Nel suo ultimo lavoro “Whatever Works”, ribattezzato dal doppiaggio nostrano “Basta che funzioni” (una volta tanto la traduzione illetterale di un titolo non è tuttavia non inerente al contesto), con grande ed inevitabile sagacia ricorre ad uno dei più vecchi trucchi del mestiere: L'alter ego.
Tra l'altro non vi è da sorprendersi, constatando che anche in precedenza si è servito dell'analogo metodo in almeno un paio di occasioni.
Boris è un settantenne paranoico, irritante e irascibile, reduce da un tentato suicidio, autoproclamatosi genio per essere quasi arrivato a ricevere il Nobel per la Fisica. Trascorre il tempo con il suo gruppo di amici, sfogando le proprie frustrazioni a loro ed al mondo intero: oppure impartisce lezioni di scacchi a malcapitati bambini vittime inermi della sua severità e della sua collera.
Boris non sorride al mondo perché semplicemente è il mondo a non sorridergli mai. Una sera rientrando nello squallido seminterrato dove vive da quando la moglie l'ha lasciato, trova adagiata sulle scale Melodie (Evan Rachel Wood), una ragazza sempliciotta e ingenua proveniente dal Mississipi. I due avvieranno una inusuale quanto sincera relazione.
Woody Allen come al solito imposta la scena con impeccabile precisione: “Basta che funzioni” è un film prettamente teatrale, ricco di interni, dialoghi logorroici e frenetici tipici del suo stile, la direzione degli attori è ben coadiuvata da una regia priva di particolari virtuosismi, ma presente e attenta: Woody Allen dirige con semplicità, quindi stretto l'utilizzo di primi piani e controcampi. Il protagonista fin dall'inizio si rivolge agli spettatori come fosse a conoscenza di essere scrutato dall'altra parte dello schermo. Una tecnica che ricorda ravvicinatamente il Woody Allen d'annata, quello più nevrotico ed intimista che in “Io & Annie” non faceva altro che interloquire verso la macchina da presa, svelando le proprie ansie e preoccupazioni.
Non a caso si dice che il copione di quest'ultimo film sia stato scritto trent'anni e fa e tenuto fin'ora custodito in un cassetto.
“Basta che funzioni” nella sua struttura di racconto, per l'alta dose di cinismo che contiene è molto accostabile a “Anything Else” (2003), probabilmente il film più cattivo dell'intera filmografia, nonché e soprattutto uno fra i più sottovalutati degli ultimi anni: sebbene in “Anything Else” oltre al ruolo di regista si era ritagliato anche quella parte di 'cattivo maestro' del bravo e sincero protagonista interpretato da Jason Biggs.
In “Basta che funzioni” si limita a dirigere, trovando in Boris Yelnikoff/ Larry David, un alter ego ancor più arrabbiato ed isterico.
Oltre a segnare il ritorno all'ovile del regista “Basta che funzioni” rappresenta una svolta non indifferente nella nostra contemporaneità: difatti è la prima pellicola dell'era Obama.
Melodie, (una bravissima e convincente Evan Rachel Wood) è lo stereotipo della ragazza del Sud, figlia dell' America più bigotta e conservatrice. É prevalentemente stupida, ma allo stesso tempo è nella sua stupidità che si intravede quel barlume di innocente purezza.
Non a caso il regista frappone due personalità diametralmente opposte che raffigurano i due poli estremi della vita: l'ignoranza (Melodie) e la conoscenza (Boris).
L'anziano settantenne non avrà problemi nel plasmare la sua nuova compagna a sua immagine e somiglianza, ma lei continuerà inesorabilmente ad essere sé stessa in un modo o nell'altro.
“E' più facile capire la meccanica quantistica che la vita” dice ad un certo punto Boris. Qui sopraggiungono le 'solite' alleniane divagazioni: la vita è predominata dal destino, tutto nasce per un fortuita casualità. Allo stesso modo il regista continua imperturbabilmente a concepire il mondo attraverso la sua ottica: non a caso il film è pervaso da uno strato di profondo nichilismo. Col passare degli anni, la visione del mondo, 'del suo mondo' continua a farsi sempre più grigia e cupa. Ma esiste ancora la possibilità di essere felici, in qualsiasi modo. Bisogna soltanto saperla cogliere, poiché è leggiadra e sfuggevole come una foglia al vento. Non importa 'chi si è' o 'cosa si fa'.
Basta che si riesca a trovare una serenità interiore. Basta che funzioni, appunto.

Woody Allen non risparmia di certo una critica alla società conservatrice, benpensante e moralista: i due genitori della ragazza ( gli eccezionali comprimari Patricia Clarkson ed Ed Begley Jr.) una volta conociuto Boris cambieranno radicalmente la loro personalità, entrando a contatto con un universo nuovo e sconosciuto. Il quartiere Village di New York rappresenta una vera e propria ventata d'aria fresca, influenzando le loro tradizioni e disinibendo i loro sensi. Soltanto così scopriranno di aver raggiunto la reale felicità.
Woody Allen estremizza il concetto di 'libertà', in maniera forse bizzarra ed accentuata, mostrando uno strano ed inaspettato 'menage a trois' che può essere considerato sinonimo di immoralità e perversione, ma che invece, a detta di chi scrive, rientra pienamente nell'atmosfera liberatoria a cui appunto, il momentaneo happy ending cerca di ammiccare: così come l'omosessualità latente presente nel padre della ragazza.
Fra notevoli pregi come i dialoghi e la splendida direzione degli attori, il film presenta inevitabilmente anche dei difetti. L'ostentato nichilismo sfoggiato e la mancanza di veri valori in cui credere, l'assenza di religione visto che tutto è determinato dal caso e 'Dio è un arredatore' o 'Se esiste è gay' (aforismi di Boris), possono essere travisati come una sorta di disperati ed autocommiserativi allarmismi di un regista frustato e angosciato, al capolinea della sua creatività: invece sono del tutto inerenti allo stile implacabile e caustico di una qualsiasi black comedy che si rispetti. Le situazioni talvolta al limite del grottesco presenti nel film non possono non far sorridere.
La conferma che Woody Allen è uno fra i pochi registi in circolazione che riesce ancora magistralmente a riflettere la condizione umana nei film che realizza.

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postato da MarcoSorrentino alle ore ottobre 09, 2009 12:15 | link | commenti (4)
categorie: allen woody
venerdì, 25 settembre 2009

La vergogna del cinema americano: THE SPIRIT

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REGIA: Frank Miller

INTERPRETI: Gabriel Macht, Samuel L. Jackson, Eva Mendes, Scarlett Johansson, Paz Vega, Jaime King, Sarah Paulson, Stana Katic, Johnny Simmons

PRODUZIONE: U.S.A.

ANNO: 2008

DURATA: 108'
 


E' sconfortante ammetterlo, ma è la cruda verità: al peggio non vi è mai fine. Constatando l'assoluta inadeguatezza di un (presunto) regista come Frank Miller, la fastidiosa arroganza con la quale egli si pone dietro la macchina da presa, la profonda mancanza di stile ed umiltà, di idee, di un briciolo di creatività: c'è da restare impalliditi. Di fatto, il Miller regista si conferma come un pessimo cineasta, incapace di realizzare una pellicola che riesca a tener sveglio oltre la prima mezz'ora: e se già coadiuvato da Robert Rodriguez ( altro regista ingiustamente osannato, ma questo è un altro discorso) aveva mostrato i suoi evidenti limiti,“Sin City” è infatti da annoverare tra i film più bruttini di inizio millennio, con “The Spirit” riesce ancor più a stupire (in negativo). Forse non gli sono bastate quelle accuse peraltro abbastanza fondate di spiccate ideologie fasciste e testosteroniche conseguite all'uscita nelle sale di quel “300” il quale era riuscito a disturbare del tutto la mente di ragazzini già di per sé esaltati. Se con “300” Frank Miller non si era reso conto della pericolosità del suo prodotto, almeno forse quel film riusciva ad essere almeno involontariamente comico.
“The Spirit” invece è talmente brutto, noioso, lento e volgare, da risultare inguardabile sotto ogni punto di vista.
Tratto dalla già modesta e datata graphic novel di Will Eisner (ma al cui cospetto il fumetto appare quasi come un capolavoro artistico inarrivabile, sia chiaro) “The Spirit” è come una persona che mostra fin da subito la sua antipatia. Girato completamente in blue screen come del resto tutti gli altri lavori del regista, coadiuvato da una recitazione collettiva da far venire la pelle d'oca, “The Spirit” si rivela una pellicola violenta e falsamente visionaria. Incomprensibile. Una storiella buttata là su due piedi. 
Ma la questione più grave è un'altra, a prescindere dal valore effettivo della pellicola: Frank Miller utilizza la macchina da presa non come mezzo cinematografico. Oltre alla completa inconsistenza della trama e la totale staticità degli attori- imposta forse dallo stesso Miller?- paragonabile a quella di un fotoromanzo. Attori peraltro bravi ( specialmente Samuel L. Jackson e Scarlett Johansson ) qui completamente sprecati, la cosa che rattrista di più è constatare che “The Spirit” è un film di sola estetica, privo di sentimenti e d’emozioni e cosa ancora più grave a differenza di altri film tratti da fumetti, impersonale. Come se non bastasse, oltre al fastidiosissimo e incessante bianco e nero, oltre alle ridicole reminiscenze oniriche, Frank Miller riesce persino a rivelarsi come l'indiscusso portavoce di un becero maschilismo, esibendo a buon mercato sullo schermo ed in maniera piuttosto plateale il corpo scultoreo di Eva Mendes, le sinuose curve della sempre bella Scarlett ( anche se in questo contesto a lei estraneo sembra sofferente come un pesce fuor d'acqua!), le volgari movenze della spagnola Paz Vega, la brutta copia di Penelope Cruz per chi ancora non la conoscesse.
Frank Miller sarà anche un valido fumettista, ma che stia lontano dalla cinepresa una volta per tutte. La sua idea di cinema, la digitalizzazione che attua in maniera incessante, non fanno altro che vanificare la settima arte. La feriscono a morte, nel profondo. Non si può dare un voto ad uno dei peggiori film a memoria d'uomo: ad un film che purtroppo contribuisce inesorabilmente alla morte stessa del cinema.

postato da MarcoSorrentino alle ore settembre 25, 2009 11:42 | link | commenti
categorie: miller frank, johansson scarlett
martedì, 22 settembre 2009

ROBERTO SAVIANO OGGI COMPIE (SOLTANTO) TRENT' ANNI

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Roberto Saviano è uno fra i pochi uomini appartenenti alla nostra contemporaneità e alla storia in generale al quale l'appellativo di 'eroe' è così calzante da non risultare assolutamente inopportuno o abusato.

Un trentenne (ricordiamoci che è del 1979) che oggi poteva condurre una vita normale, serena, ma che invece ora è prigioniero del terrore, dello sgomento, della tristezza, di quell'angoscia di cui, in maniera implicita, egli stesso né il fautore. Tutto questo per una scelta, un' ostica strada da percorrere: quella della libertà. La libertà di mostrar(ci) l'immensità del male, quell'inferno dantesco, quel tunnel senza uscita denominato, in maniera sintetica ma efficacissima: CAMORRA.

Saviano è un patrimonio dell' Italia, è un tesoro 'umano' prezioso, da custodire gelosamente, da proteggere, da amare. Non da deridere, offendere, insultare, diffamare. Il suo è un prezzo troppo alto da pagare, insostenibile.

E' il prezzo della verità: riduce in brandelli e annichilisce impietosamente il senso di (soprav)vivere.

BUON COMPLEANNO ROBERTO, TI VOGLIAMO BENE!

postato da MarcoSorrentino alle ore settembre 22, 2009 10:22 | link | commenti (1)
categorie: attualità
giovedì, 04 giugno 2009

UN'ALTRA VIA

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Tutt’intorno era buio.
La pioggia continuava a picchiettare rumorosamente sulla tettoia dell’automobile, il terreno col passare dei minuti diventava sempre più viscido e fangoso: chi si trovava al volante in quei minuti certamente non aveva una gran visibilità. Una luna assente quella notte. L’oscurità avvolgeva in una morsa quasi infernale, tetra, inquietante. L’uomo scese dall’abitacolo e cominciò a urlare dalla rabbia. Sbatté ripetutamente i pugni su uno degli sportelli anteriori. Con veemenza, tant’è che a momenti si fratturò la mano.
Il buio. Nessuna segnaletica si profilava in lontananza, né tanto meno un lampione che facesse filtrare un po’ di luce.
Buio pesto, come in tanti di quei film dell’orrore. Solo che questa era la realtà.
E Giovanni Fierro, avvilito e solo, si sedette per terra, esausto.
___

“ Si può sapere dove diavolo mi trovo?” pensò tra sé “ Non avrei dovuto prendere quella scorciatoia. Quella cavolo di scorciatoia. Maledetta scorciatoia.”
Si passò la mano sulla fronte. “ Dove mi trovo? Non ne ho idea. Qua è tutto così misterioso: non c’è un cartello, nulla. Solo e sperduto.”
Frugò tra le tasche alla ricerca del telefono cellulare, ma non lo trovò.
“Il cellulare. Dannazione. Non lo trovo”.
Frugando nel taschino interno della giacca, trovò l’accendino e la sigaretta. Nervosamente l’accese.
“ Dove mi trovo?!! Dove diavolo sto adesso.? Non capisco più nulla!!” Cominciò a urlare con forza, sbattendo nuovamente i pugni sullo sportello.
Una voce lo scosse.
“Ehi ragazzo, attento, finirai col farti male.”
Giovanni si guardò intorno. Non riuscì a scorgere nessuno.
“Fammi vedere la mano destra, mi sembrava che sanguinasse.”
Giovanni si voltò. Si accorse soltanto adesso della presenza di quell’individuo.
“ Lei chi è?” Domandò.
“Forse sei tu che dovresti dirmi chi sei, forestiero, che nel cuore della notte urli come un pazzo qui, in aperta campagna”.
Giovanni non rispose: scrutò l’uomo che aveva di fronte. Era un vecchietto arzillo e ben vestito. Una barba stranamente lunga e incolta che entrava in contrasto con il suo tutto sommato bell’aspetto fisico.
“ In aperta campagna?” Giovanni rimase a bocca aperta.
“Ti sei guardato intorno?” rispose il vecchio.
“Come avrei potuto fare, è tutto buio, non si vede nulla.”
Il vecchio annuì..
“Già, tutto buio. Questa zona è oramai lasciata completamente abbandonata a sé stessa. A nessuno interessa viverci. Tutti si sono trasferiti nella grande città, la capitale.”
“Grande città?” esclamò Giovanni “Com’è possibile se fino a cinque minuti fa mi trovavo a Roma?”
“Roma?” Il vecchio rise. “Roma dista almeno trenta chilometri da qui. Hai una strana cognizione del tempo, figliolo.”
Ora Giovanni cominciava ad innervosirsi.
“ Cosa? Si può sapere che significa tutto ciò? Cinque minuti fa stavo a Roma ed ora mi ritrovo qui in questo posto dimenticato da Dio.”
“ I misteri della vita..” il vecchio continuava a ridere.
“ La smetta di prendermi in giro!” fece Giovanni.
“ E che dovrei fare, piangere?”
Giovanni non rispose.
“A proposito ragazzo, ti darò una cosa, spero d’esserti d’aiuto.”
Il vecchio tirò fuori una piccola torcia dalla tasca della sua giacca.
“ Non fa molta luce, comunque è utile per situazioni come queste. La porto sempre dietro. Ora ti saluto ragazzo, e mi raccomando, non ti arrabbiare. Tutti i guai si risolvono.”
Il vecchio si congedò. Sparì in un istante, al punto che Giovanni non fece neanche in tempo a salutarlo.
“ Ehi signore! Grazie!!”.
Non ebbe risposta.
Con quella piccola torcia cominciò a incamminarsi, senza curarsi di aver lasciato la sua macchina isolata in piena notte.
Questa storia non aveva un senso. Né tanto meno una logica. Qualsiasi pensiero raziocinante sarebbe stato inutile in quel momento.
Improvvisamente, dopo una decina di passi, arretrò di scatto.
Si trovava davanti ad una casupola abbandonata e familiare. Dannatamente familiare.


____

“ La casa del pastore!” Esclamò ad alta voce. “Com’è possibile, è stata abbattuta almeno dieci anni fa!”
“Tu dici figliolo?”
Giovanni riconobbe quella voce. Era di nuovo il vecchietto misterioso.
“ Oddio, ma lei mi perseguita! Le restituisco la torcia, eccola”.
“No figurati, la torcia tienila. E’ un regalo. Ma dimmi, quando hai detto che è stata abbattuta questa casa?”.
La casa del pastore, così la chiamavano in gergo, era una vecchia casupola fatiscente, abitata fino a una trentina di anni addietro da un uomo solitario. Alla sua morte quella casa fu praticamente abbandonata al suo degrado. Ogni tanto i ragazzi vi accedevano per pura curiosità, in comitiva, oppure alcune coppiette si appartavano lì.
“ Ma allora… Non è possibile.. Questo è il paese di mia madre. Ora lo riconosco.. Sono anni che non ci tornavo. Oggi… è il duemilanove, quindi…”.
“Impossibile. Non so a cosa tu ti riferisca ragazzo, ma di sicuro l’anno in cui troviamo ora, in questo istante, è il millenovecentonovantanove.”
“Che?? Cosa?”. Giovanni rimase senza fiato.
“Calmati figliolo, calmati. E’ il millenovecentonovantanove. Precisamente il diciassette gennaio del millenovecentonovantanove. Come ho detto già in precedenza, credo che tu abbia perso la cognizione del tempo.”
“Il tempo? Ma è tutto uno scherzo vero? Mi sta facendo uno scherzo?”
“Nessuno scherzo ragazzo mio. A quanto pare vieni da un altro universo.”
“Un altro universo?”.
Il vecchietto non rispose, si accese un sigaro, con comodità.
“ Cos’è secondo te il tempo?”
“ Il tempo? Ma che domande .. Il tempo è ciò che scorre davanti a noi. In ogni istante della nostra vita.”
“ E’ qua che ti volevo. Il tempo non scorre. E’ perfettamente piatto. Una percezione nervosa. In realtà siamo noi che passiamo, è la vita a invecchiare, non il tempo. Siamo noi che nasciamo e poi moriamo.”
“ Ma che diavolo.. Perché ci siamo addentrati in questi discorsi pseudo scientifici?”.
Il vecchio continuava a parlare.
“Ti sei mai chiesto se forse il presente, il passato e il futuro sono un’unica cosa?”
“Cosa?? Non capisco nulla in questa materia.”.
“Fai come vuoi. Comunque sia, sappi che questo mondo in cui misteriosamente ora sei stato proiettato, è l’anno millenovecentonovantanove. Fattene una ragione. Può essere che sia uno scherzo del destino, forse un sogno. Ma non mi sembra che tu stia sognando. Ora ti saluto ragazzo, e sappi che mi ha fatto piacere incontrarti. Mi dispiace soltanto che questo nostro primo incontro sia anche l’unico.”
Il vecchio si allontanò nuovamente, per la seconda volta quella notte.
Giovanni non lo salutò nemmeno: era ossessionato da mille pensieri.
“E se quel vecchio dicesse la verità?” ripeteva tra sé “ Per qualche ignara ragione sono stato spedito indietro nel tempo? Se fosse così? Come faccio a ritornare nella mia epoca? ”.
Giovanni ora era in balia di sensazioni mai provate prima d’ora.
“Prigioniero…” continuava a ripetere quasi scioccato “Prigioniero del passato…”.
Sembrava impazzito. Ma era una dura, sconcertante, assurda verità.

____


Non era facile per Giovanni accettare ciò che gli stava accadendo. Vittima di un paradosso temporale. Proiettato indietro nel tempo, dieci anni prima.
Tutto questo era uno scherzo. Qualcuno gli stava giocando un brutto scherzo. Opera di quel buontempone di Marco.
“Certo..” rifletté Giovanni “E’ sempre più logico di questo. E’ inconcepibile che si possa viaggiare nel tempo. Esistono delle teorie..”.
Nella sua carriera di editore, Giovanni aveva letto tantissimi manoscritti, aveva corretto altrettante bozze, svariati generi di romanzi o racconti, dal giallo al sentimentale, infine la fantascienza. Non aveva mai particolarmente gradito quel genere: ora invece ne era immerso fino al collo!
“C’è una logica a tutto questo.” Sembrò tranquillizzarsi, “ Se effettivamente sono ritornato indietro nel tempo, questo è comunque un paese in cui mi conoscono. Chiederò aiuto a qualcuno”.
In quel mentre l’alba cominciò a spuntare all’orizzonte. Giovanni aveva con sé neppure un orologio ma indubbiamente erano passate almeno tre ore dal momento in cui la sua macchina si era ritrovata nel fango, vicino alla ‘casa del pastore’.
Stava vagando da diverse ore in paese ma soltanto adesso riusciva ad intravedere qualche passante: veniva inquadrato da lontano con affare sospetto, di certo il suo aspetto non era da considerarsi propriamente rassicurante. I pantaloni, la camicia e la giacca erano completamente zuppi di acqua piovana mista a fango. La mano destra era stretta in un fazzoletto ma aveva smesso di sanguinare, si trattava di un innocuo taglio.
La gente continuava a fissarlo, come fosse un alieno.
Improvvisamente, tra uno sguardo diffidente e un altro, Giovanni avvistò una ragazza in lontananza che da almeno cinque minuti stava pronunciando il suo nome.
“Giovanni, Giovanni!” ripeteva “ sei tu, sei tornato?”.
Frastornato per quell’incredibile esperienza, dapprima lui non la riconobbe. Poi dopo alcuni istanti focalizzò.
“Sara..” disse, pronunciando il suo nome “ Sara, che ci fai qui?”
“Che ci fai tu? Io ci abito se non te lo sei dimenticato. Ma ieri sera avevi manifestato l'intenzione di partire. Ti prego, dimmi che ci hai ripensato..”
“Io..” Giovanni non proferì parola.
La ragazza lo abbracciò stringendolo forte.
“Sei tutto sporco, hai un aspetto orribile ” esclamò “Su, dai, vieni a casa e datti una rinfrescata”.
Giovanni annuì. Bastarono pochi secondi per fare mente locale. Capì che il destino gli stava giocando un brutto scherzo. Non solo si trovava misteriosamente ‘catapultato’ indietro nel tempo, ma perfino tra le braccia della sua ex ragazza con cui aveva litigato la sera precedente. Esatto. La sera precedente di dieci anni prima.

_____

“ Fatti una doccia, intanto ti preparo i vestiti” disse Sara “sono di mio fratello, ti andranno un po’ larghi. Poi mi racconterai come mai non sei più partito.”
Invece di rispondere Giovanni continuava forsennatamente a riflettere sull’accaduto. Si ricordò che il motivo della sua partenza, la sera precedente, era stato causato dall’aver visto Sara baciarsi con un altro, ragion per cui i due avevano finito col litigare. Per questo lui aveva deciso di prendere il primo treno per Roma e andarsene, per sempre. Non era più tornato. Non aveva più rivisto la ragazza.
Ora sotto la doccia andava ripercorrendo con la mente quei ricordi: l’essersi allontanato in maniera così brusca e perentoria, analizzando i sentimenti che provava verso Sara. Non l’aveva mai dimenticata, era stata l’unica donna che forse lui aveva veramente amato, ma che per una stupida questione di orgoglio aveva abbandonato per sempre o meglio, fino a quel momento, perché qualcuno gli stava concedendo un’altra possibilità. Destini paralleli, coincidenze cosmiche, di qualsiasi cosa si trattasse, Giovanni Fierro ora aveva a portata di mano un’altra chance.
“Stasera mi addormenterò qua, e domani mattina al mio risveglio mi ritroverò nel mio letto di casa” pensò tra sé “L’incantesimo dovrà prima o poi finire.”
Sara non riusciva ad immaginare minimamente i pensieri che balenavano in quei minuti nella testa di Giovanni.
“ I vestiti stanno in camera da letto.” Disse lei.
“Okay, ci sto andando..”

_________

Giovanni indossava una tuta larghissima ed un maglia con una buffa scritta nel mezzo.
“Dai amore, ieri non hai preso il treno come avevi intenzione di fare! Vuol dire che mi hai perdonato?”.
Per un po’ Giovanni non aprì bocca. Poi decise di stare al gioco.
“ Aspetta..” disse “ non mi va a genio quella scena cui ho assistito cinque giorni fa”.
“ Ma non è accaduto niente. E’ lui che è un imbecille e che mi ha baciato, a forza.”
“Quindi secondo te dovrei crederti? Ti sorprendo mentre ti baci con un altro ragazzo e dovrei essere contento?”.
“Dai Giovanni, è stato un attimo. Le nostre labbra si sono soltanto sfiorate.”
“Sfiorate?”
“Lorenzo voleva farsi bello agli occhi di quelli altri stupidi degli amici. Lo sai come è fatto, è un cretino.”
“ Quindi devo credere alla tua versione dei fatti?”
“ Non c’è niente tra me e Lorenzo. Credimi. Non c’è mai stato niente.”

I due si fissarono negli occhi, poi cominciarono a ridere a vicenda.
“Sei bellissima” disse Giovanni.
“ Sono tua. E di nessun altro.”

Sara si avvicinò e lo accarezzò sulla guancia. Giovanni ricambiò con un intenso bacio.
Passarono alcuni secondi.
“ Voglio trascorrere tutta la giornata con te” disse Giovanni.
_____


Chi ha mai detto che il confine dell’impossibile è invalicabile?
Per qualche assurdo disegno, forse divino, Giovanni si ritrovò proiettato in una realtà a lui familiare, ma antecedente. Non gli importava di sapere come la faccenda si sarebbe risolta.
Per ora si accontentava di stare abbracciato sul divano insieme ad una ex, nella più sorprendente delle storie mai accadute. Più incredibile di quella volta in cui in supermercato, in Germania, fu preso come ostaggio insieme ad altre persone: già, ne aveva vissute di esperienze particolari finora Giovanni. Oppure quella volta in cui era rimasto per quattro ore dentro un ascensore. Un’ altra volta invece aveva trascorso la vigilia di Natale in ospedale, poiché era stato investito da un’automobile.
A differenza di quegli episodi in cui era stato assalito dalla rabbia, dalla frustrazione, dalla paura, questa volta era rilassato: cosa c’era di più rilassante del fare l’amore con la donna che si ama?
_______



Due, tre, quattro o cinque ore. La cognizione del tempo aveva perso qualsiasi importanza. Momenti che assumevano un valore inestimabile per Giovanni. Non gli importava quanto tempo stesse trascorrendo là, in quella dimensione parallela: gli bastava che accanto a lui di fosse la ragazza dei suoi sogni. Il resto non aveva valore. Era vittima di un magnifico incantesimo, un sogno così duraturo e corposo, tangibile. No, non era un sogno. Era la realtà.
Aveva desiderato a lungo che un tale avvenimento si materializzasse ed ora la cosa stava offuscando tutti gli altri pensieri: con ipocrisia probabilmente. Si stava lasciando trasportare, tanto da dimenticarsi persino della sua attuale compagna. Non era giusto, sicuramente, offendere i sentimenti altrui, Giovanni non era il tipo, non aveva mai tradito neppure col pensiero.
Ma quei momenti rappresentavano per lui un distacco totale dalla realtà.
“A cosa stai pensando?” chiese Sara.
“Nulla..”
“Non dire così, conosco quell’espressione.. Sembri preoccupato.”
Giovanni cercò di riflettere per qualche secondo.
“ No, assolutamente. Sono solo stanco. Ho tanta voglia di dormire.”
“Abbiamo ancora tempo, Giovanni. Restiamo un altro po’ insieme”.
I due stavano passeggiando per il paese. L’aria era limpida e fresca, il temporale che si era abbattuto nella notte era un pallido ricordo.
Giovanni respirava un’atmosfera nuova, diversa. Era una bella giornata invernale. Fredda ma piacevole. Pur essendo fidanzato, ora stava tradendo la sua ragazza con un’altra donna. Cominciò a rifletterci su e la cosa sembrò turbarlo.
“Vedi, te l’avevo detto, mi nascondi qualcosa.”.
Giovanni sorrise. Erano giunti in una zona panoramica del paese.
“Continui a non rispondermi..” ripeté Sara.
“Sai,” esclamò Giovanni, “Mi ero dimenticato il belvedere. La vista da qua è magnifica.”
“Vedi che ho ragione io?” disse Sara “ Sei strano forte. Ci siamo stati appena la settimana scorsa, non ti ricordi?”.
Già, la settimana scorsa: quando, dieci anni fa?
“E’ vero.” Ammise Giovanni “ Te l’ho detto, sono stanco, il mio cervello fa cilecca. Ho guidato per tutta la notte.”
“ Hai una faccia così strana, come se lo stress ultimamente ti avesse abbattuto. Comincio a notare le prime rughe sul tuo viso..”
Dieci anni. Dieci lunghissimi anni erano trascorsi.
“Forse invecchiando, diventerò anche più saggio.” Commentò Giovanni.
“Già ti amo così, come sei. Possiedi una notevole saggezza. Per questo mi piaci.”.
Giovanni e Sara si guardarono negli occhi per alcuni istanti.
Trascorsero quella giornata passeggiando, chiacchierando, discutendo del più e del meno: mano nella mano, ridendo talvolta, come due ragazzini.
La faccenda diveniva sempre più indefinibile e inafferrabile. E col passare delle ore, Giovanni si pose l’interrogativo: quando finirà questa storia?
_______

 
Il sole era tramontato. Giovanni e Sara avevano camminato tanto, ora si stavano avviando verso la strada per il ritorno.
“Una sera di queste sere verrò da te.” Disse lei.
“Da me?”
“Da te, da chi sennò?”
“Okay..” rispose Giovanni “ Ti aspetto.”
“Adesso ti va di passare la serata da me? Tanto sto sola, non c’è nessuno. Ci divertiamo, ceniamo e ci guardiamo un film alla tivvù. O possiamo andare al cinema se vuoi.”
Giovanni stette in silenzio: si voltò verso la sua sinistra, fissò in lontananza l’aperta campagna che gli si poneva di pronte. La casa del pastore, dove tutto era iniziato.
“ Mi dispiace amore, ma è meglio che me ne vada ora.”
“ Adesso?” Sara si stupì “ Perché non domani, scusa?”
“Non iniziare dai.. non fare la solita. Ti ho detto che è meglio che vada.”
“Allora non mi hai perdonata vero? Per questo motivo ora te ne vuoi andare! Mi vuoi lasciare, come volevi fare l’altro ieri!”
“ No, no, te l’assicuro. Voglio solo ritornare a Roma il prima possibile. Ho delle cose in sospeso.”
“Ti prego Giovanni, non te ne andare,” supplicò Sara “Ti conosco benissimo, e quell’espressione dice tutto. Non ritornerai mai qui, vero?”.
Giovanni la strinse in un forte abbraccio.
“Oggi mi è capitata l’avventura più incredibile della mia vita. E l’ho vissuta con te. Accanto a te.”
“Non voglio perderti!” ripeté Sara “Non voglio perderti!”
“Non mi perderai, te lo prometto. Ora vado.”.
“Prendi il treno?”
“No, ho parcheggiato la macchina da queste parti.”
“ E dove?”
“Vicino la casa del pastore, hai presente?”
“La casa del pastore? Vorresti dirmi che da questa notte tu hai abbandonato la tua auto in quella campagna?”
“Si, più o meno è così”.
“E pensi ancora di ritrovarla?”
“Non credo proprio che interessi ai ladri”
“Sei proprio matto.”
“La casa del pastore te la ricordi?”
Giovanni gliela indicò.
“Certo,” rispose Sara, “Ci andavamo spesso da piccoli. Ora è completamente abbandonata a sé stessa, il comune vorrebbe buttarla giù e farci un hotel.”
“Ciao Sara, ci rivediamo.”
I due si scambiarono un intenso bacio. Poi Giovanni si incamminò verso quella casupola così degradata e isolata in mezzo al verde.

________


Si guardò intorno per l’ultima volta. Entrò in automobile.
Non si mise a guidare.
Chiuse gli occhi.
Li riaprì, nulla era cambiato, si trovava allo stesso punto di prima. Provò di nuovo.
Ancora nulla.
“Forse non è un sogno” pensò “ Non ci capisco niente, mi sento uno stupido.”
Chiuse gli occhi e pensò.
Rifletté su quanto gli era accaduto quel giorno. Dal suo misterioso arrivo, l’incontro col vecchio, Sara.
Troppi pensieri lo attanagliavano.
Cerco di riposarsi. Cadde in un sonno profondo.




EPILOGO

Una luce bianca, densa, fastidiosa. Aprì gli occhi e faticò a focalizzare le immagini che si sovrapponevano.
Tutt’intorno udì il chiacchiericcio di chi condivideva quello spazio insieme a lui.
Giovanni faticava a muoversi.
“Hai veramente un aspetto orribile. Davvero orribile.”
Riconobbe quella voce, intuì a chi apparteneva: Marco Silvestri, il suo grande amico, stava di fronte a lui.
“ Hai avuto un incidente. Sembri un po’ malconcio, ma nulla di serio. Hai una frattura al collo e al braccio destro. Niente di particolarmente grave, comunque”.
Quella voce insistente, frenetica, urlante, a tratti fastidiosa: eh si, era proprio Marco.
“Che? Non ce la faccio.. Parlare..” Giovanni cercò di farsi capire “Ospedale? Detto ospedale?”
“Si, sembra che tu sia andato fuori strada. La pioggia, infame. Per fortuna c’era un tizio che ha visto tutto e ha chiamato i soccorsi. Altrimenti ti avrebbero raccolto col cucchiaino”.
“Figlio di troia..” esclamò Giovanni.
“Almeno lo spirito non l’hai perso. Vedi che ho chiamato Ileana, fra una mezz’ora al massimo sarà qui: ho cercato di farla preoccupare il meno possibile, ma al telefono era isterica, sai com’è fatta. Ora me ne vado, ci vediamo domani mattina.”
“Aspetta.. Aspetta”
Giovanni non riuscì a finire la frase.
“ Che vuoi?”
Giovanni indicò l’orologio.
“Ah, vuoi sapere l’orario: sono le venti e venti, precisamente.”.
“Allora tutto un sogno.. tutto un sogno..”
“Ma che cavolo stai blaterando si può sapere? Parla piano, così non ti capisco”.
Giovanni stette un po’.
“Ho sognato Sara, te la ricordi?”
“Sara?” Marco spalancò gli occhi “Sara chi?”.
“Quella con la quale ho avuto una storia.. dieci anni fa, ti ricordi?”
“ Ah si Sara, ora ricordo. Non ti sforzare ora a parlare, l’ha detto anche il medico.”
“Chissà cosa starà facendo ora.. da tanto… non la vedo.. tanti anni”.
Marco fissò l’amico per alcuni istanti. Giovanni si accorse di qualcosa.
“Perché mi stai fissando?” disse.
“Giovanni…”
“Sì?”
“Sara non c’è più. Se ne è andata un quattro, cinque anni fa, non mi ricordo con precisione. E’ morta.”
Giovanni impallidì.
“Morta? Che significa?”
“Santo Iddio, Giovanni…” replicò Marco “ E’ morta. Ti sei dimenticato? Un brutto male. Nel giro di pochi mesi. A volte può capitare, per dei momenti, che ci lasciamo andare, e ci scordiamo che una persona a cui tenevamo non sta più con noi.”
Giovanni non rispose. Capì e stette in silenzio. Ora tutto aveva un senso. L’immensamente grande, nell’immensamente piccolo. La sua mente aveva partorito la più fantastica delle avventure, infrangendo qualsiasi razionale barriera. Tutto aveva una logica.
In quel mentre, Marco lasciò quell’asettica stanza d’ospedale.
Giovanni non riuscì a trattenere una lacrima.
Si accorse finalmente di quanto fosse bello sognare.
Il suo subconscio gli aveva donato un regalo, beffardo forse. Quella notte Giovanni si trovò a percorrere un’altra via.
Infine, la crudeltà della vita ci ricorda che i sogni si infrangono al risveglio.
Tutto sommato però, vale la pena di sognare. Ancora.
 
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postato da MarcoSorrentino alle ore giugno 04, 2009 10:49 | link | commenti (2)
categorie: racconti
giovedì, 26 marzo 2009

GRAN TORINO

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REGIA: Clint Eastwood

INTERPRETI:Clint Eastwood, Cory Hardrict, Bee Vang, Christopher Carley, John Carroll Lynch, Geraldine Hughes, Brian Haley, Brian Howe, Nana Gbewonyo

PRODUZIONE: U.S.A.

ANNO: 2008

DURATA: 113'

Il vecchio e rude Walt Kowalski, reduce della guerra di Corea, non ha mai smesso di combattere. Vive perennemente in trincea, contro tutto e tutti, parenti e amici. Al funerale di sua moglie ascolta silenziosamente il frenetico chiacchiericcio dei suoi due figli, oppure redarguisce con sguardo perseverante il comportamento poco educato di sua nipote. Risponde male anche ad un prete novizio che a suo dire in maniera incompetente continua a predicare di vita e di morte: già, cosa ne sa lui della morte, così giovane e inesperto della vita?

Walt abita in una casa di periferia, in un quartiere multi etnico, attorniato da vicini asiatici a cui non rivolge né una parola, né un gesto, ma anzi guarda con disprezzo.

Il tentato furto della sua pregiata Ford modello Gran Torino del 1972, innescherà indelebili ripercussioni.

Ora, a prescindere da eventuali preamboli, va innanzitutto specificato che il cinema di Clint Eastwood è dichiaratamente ed emblematicamente ideologico. E’ inevitabile. Il ché, per alcuni, può essere inteso come sinonimo di uno schieramento politico: ed è anche vero, va sottolineato, di quanto ormai sia risaputa la sua militanza repubblicana.

Ma Clint Eastwood è tutt’altro che il portavoce di una “destra” reazionaria. Con “Gran Torino”, firma una fra le sue opere più moralmente e civilmente impegnate. Complementare al suo cinema. Difatti Walt Kowalski non è altro che un Unforgiven come William Munny, anche lui non è stato mai perdonato ( da sé stesso), combatte i suoi demoni, continua irreparabilmente ad annacquare nei suoi ricordi di guerra dolenti e mai dimenticati, fa sventolare la bandiera a stelle e strisce, cerca di mascherare la sua solitudine attraverso l’ ostinazione nel concedersi agli occhi degli altri. “Gran Torino” è l’esempio più folgorante di western contemporaneo, dove il giardino di un’abitazione è la raffigurazione di una frontiera da sorvegliare e proteggere dai nemici, non più pellerossa, ma cinesi, neri, messicani: il confine come metafora del proprio territorio, della propria terra, ma è così ingiusto e sbagliato allargare i propri spazi? Osservare il vicino con maggior empatia? Concedersi agli altri pur ovviamente, restando sé stessi?

Questa è la parabola esistenziale di Eastwood. Non c’è più tempo per una 44 magnum, l’ispettore Callahan è stanco di sparare, non che abbia perso il suo caratteraccio, soltanto che s’è adeguato ai tempi.

Il giustizialismo è il sinonimo dell’irresponsabilità collettiva. Vanifica l’umanesimo. Il mito del superuomo non fa altro che rafforzare l’inciviltà e l’ignoranza. La discriminazione verso le altre razze non è altro che il prodotto di una cultura dell’odio: bisogna prima conoscersi a fondo, poiché solo la conoscenza e la comprensione possono appagare quel senso di smarrimento di una Nazione intera.

Walt Kowalski è un uomo solo, senza nessuno: l’amicizia di una ragazza e del suo fratello di etnia hmong fa rifiorire in lui quel senso di appartenenza appunto, che sembrava perduto. 

È visibilmente presente in questo magnifico personaggio quella figura di “padre mancante”  che c’era anche nel Frankie Dunn di Million Dollar Baby, l’accostamento con un’altra persona finisce col determinare inevitabilmente il proprio destino, le personali scelte ( l’intensa scena finale, scandita al ritmo di un duello western) scaturiscono dai sentimenti che si nutrono verso un’altra persona, il giusto e sbagliato sono linee sottilissimi spesso difficili da scegliere e percorrere, e dove c’è la vita incombe anche la Morte.

Quella di Eastwood è un’estenuante ricerca verso un mondo perfetto, ecco perché è un regista così profondamente ideologico: i suoi ideali però si infrangono nella demitizzazione di un Paese, l’America, il SUO paese, che ha perso ogni briciolo di innocenza, dove persino il rapporto con Dio è reso difficile ed a tratti impossibile.

Ottimamente recitato, caratterizzato da una regia classica e impeccabile, una fotografia asciutta e bellissima, ed impreziosito da un humour sferzante ed intelligente, “Gran Torino” si presenta come uno straordinario apologo morale, coinvolgente e sincero: un capolavoro di forma e contenuto che elude qualsiasi buonismo, nel finale auspica ad un senso di speranza, un messaggio di giustizia, un invito alla tolleranza.

Qualcuno può parlare di retorica dell’antiretorica. Quintessenza del pensiero eastwoodiano, invece: puro, etico, tangibile.

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postato da MarcoSorrentino alle ore marzo 26, 2009 16:10 | link | commenti (2)
categorie: eastwood clint
sabato, 07 marzo 2009

METROPOLIS

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REGIA: Fritz Lang

INTERPRETI: Gustav Frohlich, Brigitte Helm, Alfred Abel, Rudolf Klein-Rogge, Fritz Rasp, Theodor Loos, Erwin Biswanger

PRODUZIONE: Germania

ANNO: 1926

Visionario, innovativo, affascinante, evocativo. I primi aggettivi che vengono in mente dopo la visione di METROPOLIS, assoluto caposaldo del genere espressionistico nonché inarrivabile capolavoro cinematografico di tutti i tempi.

Nel 1926 Fritz Lang realizza questo kolossal “muto” avvalendosi di una tecnica incredibile, che mescola straordinari effetti speciali e scenografie dal forte impatto visivo al servizio di una storia intensa e coinvolgente che a distanza di quasi un secolo evidenzia un’attualità sconcertante.

Nel 2026 in un’ipotetica città futuristica,  gli uomini operai sono ridotti in uno stato di semischiavitù e costretti a lavorare duramente nelle viscere di una megalopoli, mentre la classe borghese naviga nella ricchezza dei piani alti della città, vivendo nel lusso in immensi grattacieli.

Ma quando Freder, il figlio di John Fredersen, il supermagnate e ingegnere di METROPOLIS, si accorgerà di come la classe operaia viene maltrattata inesorabilmente dal padre, le cose cambieranno.

Devastante apologo sulla prevaricazione e sulla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, METROPOLIS è la raffigurazione più emblematica della futuristica disumanizzazione dei sentimenti: l’uomo privato della sua propria essenza e trasformato in una sorta di automa circoscritto ad un asfittico regime dittatoriale: nella narrazione è quindi evidente un totale annientamento della volontà individuale. Gli uomini costretti a lavorare sottoterra al limite dell’impossibile e identificabili l’uno dall’altro soltanto attraverso numeri di riconoscimento.

Ma ecco che anche nel più completo disfacimento esistenziale che si intravede una luce da lontano, un bagliore di speranza e cambiamento personificato nella dolce Maria, angelica presenza che segretamente nelle profonde catacombe predica agli operai insegnamenti dal  forte sapore vangelico, profetizzando l’arrivo di colui che dovrà mediare tra il cervello e le mani, ossia tra la forza e il pensiero.

E’ proprio a causa di questa donna che John Fredersen ordinerà allo scienziato Rotwang di creare un robot ad immagine e somiglianza di Maria, affinché provochi zizzanie tra gli operai.

Ineccepibile dal punto di vista tecnico: le modernissime scenografie di Otto Hunte, Erich Kettelhut, Karl Vollbrecht ed Edgar G. Ulmer e gli effetti speciali di Ernst Kunstmann ed Eugen Schüfftan oltre ad essere visivamente spettacolari, si sono rivelati nel corso degli anni come un’inesauribile fonte d’ispirazione per l’intero mondo del cinema, influenzandolo in maniera radicale: basti pensare, ad esempio, a quel “Blade Runner” di Ridley Scott il quale senza METROLPOLIS, sicuramente non sarebbe mai stato concepito.

Immagini ipnotiche, meravigliose e suggestive nella loro bellezza, cinema puro che non necessita spiegazioni. Fritz Lang si dimostra impeccabile nella realizzazione delle sequenze di massa, oppure dove inquadra ed evidenzia maggiormente il valore espressionistico dell’opera, attraverso riprese ravvicinate che scavano nell’anima dei personaggi. Oltre a essere un prodigio di estetica, METROPOLIS si dimostra anche una convincente e significativa parabola sul senso del potere, sulla disgregazione dei sentimenti, sull’eterna lotta fra il bene e il male e la vittoria del senso della ragione: la dolce Maria non per caso possiede un’importanza cristologica all’interno della vicenda, raffigurando la speranza, la caparbietà a non arrendersi. Mentre il robot è sicuramente l’alter-ego del suo padrone, l’inventore Rotwang, crudele e mefistofelico, alla cui creazione ha donato appunto istinti lussuriosi e fuorvianti.

Se il personaggio di Freder può essere inquadrato in un’ ottica redentoria, quello dell’inventore è invece la chiave di lettura affinché si comprenda la pericolosità della scienza tecnologica e l’uso sproporzionato e irresponsabile che essa può arrecare, se utilizzata a scopi malefici.

Lapalissianamente paradigmatico e irraggiungibile.

 

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postato da MarcoSorrentino alle ore marzo 07, 2009 10:55 | link | commenti (3)
categorie: lang fritz
venerdì, 13 febbraio 2009

REVOLUTIONARY ROAD

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REGIA: Sam Mendes

INTERPRETI: Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Kathy Bates, Michael Shannon, Ryan Simpkins, Ty Simpkins, David Harbour, Zoe Kazan, Adam Mucci

PRODUZIONE: Gran Bretagna, U.S.A.

ANNO: 2008

DURATA: 119'

Un sogno bruscamente interrotto ancor prima dell’alba. Le agognate speranze che si infrangono nella quotidiana convenzionalità di un’ esistenza infelice, soporifera, inappagata.

A dieci anni di distanza da ‘American Beauty’, Sam Mendes offre nuovamente un ritratto familiare e la sua conseguente disgregazione filtrata attraverso un’ apparente normalità di facciata, che in realtà nasconde inquietudini e falsità.

I coniugi Wheeler sono una coppia medio borghese nella New York anni cinquanta, Frank ( Leonardo DiCaprio) è un impiegato, April ( Kate Winslet) un’aspirante attrice. La coppia vive insieme a due figli in una confortevole abitazione residenziale. Le loro frustrazioni sono come schegge impazzite e difatti, fin dalle primissime sequenze assistiamo a schermaglie tutt’altro che edificanti che si susseguiranno senza soluzione di continuità.

Tratto dall’omonimo romanzo di Richard Yates, ‘Revolutionary Road’ è un indagine scrupolosa e intima del rapporto di coppia, ambientata in un contesto, quello degli anni cinquanta, così conformista e stucchevole da risultare finto e plastificato. Le ansie e le paure di due giovani sposi sono ben mascherate da uno strato di totale ipocrisia.

Le individuali velleità sono mete irraggiungibili vittime di ineluttabili costrizioni: non si può essere ciò che non si è. Ci è permesso di sognare, ma purché si resti con i piedi per terra.

Perché in realtà questo è il nocciolo del film, dove non vi è divisione tra buono e cattivo, vittima e carnefice, l’unica ‘colpa’ che va attribuita a Frank ed April è soltanto quella di aver creduto di poter materializzare i propri sogni. Per un attimo. Un interminabile attimo. Il sogno americano non esiste perché non è mai esistito, non è altro che un’utopia irraggiungibile.

Eludendo facili stereotipi, Sam Mendes si addentra con bravura nelle pieghe della società americana, mostrando un disarmante realismo e un’ obbiettività sconcertante: guarda caso il cineasta è inglese, ma conosce l’America più di un americano stesso. E tra selvaggi sentieri, meschinità ininfluenti ( lui che tradisce con un’ insipida segretaria, lei totalmente indifferente alla notizia proprio perché oramai priva di amore per lui) nulla è quel che sembra, dove addirittura il sesso è uno sfogo, un appiglio a cui aggrapparsi con lo scopo soltanto di esteriorizzare e scacciare le proprie interiori frustrazioni: eloquente in questo caso la scena dell’amplesso in macchina.

Un mondo dove un ragazzo con problemi mentali ( il bravo Michael Shannon, candidato all’OSCAR) è addirittura il più lucido di tutti, l’unica voce fuori dal coro, che constatata la realtà, inquadra con sincerità la giusta prospettiva attraverso questa frase: “Ci vuole fegato a vedere il vuoto, ma ce ne vuole ben di più per vedere che non c’è speranza”.

‘Revolutionary Road’ è un film lento e introspettivo, dai tempi dilatati, in cui tutto è dosato con estrema precisione, fotografia e colonna sonora contribuiscono con efficacia alla resa delle singole sequenze, in modo particolare l’ultima, scioccante ed inevitabile, in cui la tensione emotiva deflagra in maniera parossistica divenendo quasi insostenibile. Leonardo DiCaprio è bravissimo, ma Kate Winslet è semplicemente eccezionale: così vera, tangibile. Regala l’interpretazione migliore della sua carriera immedesimandosi con mostruosa partecipazione emotiva: ogni suo impercettibile gesto è quindi una dimostrazione di imponente fisicità. Lodevole.

Una visione in lingua originale in questo caso e per un film incentrato prevalentemente sui dialoghi è pressoché necessaria.

‘Revolutionary Road’ è un film disilluso, cupo, tetro, estenuante perché così veritiero e attuale, gli anni cinquanta fungono da perfetto travestimento della contemporaneità. Si può vivere senza sognare, rassegnandosi alla mediocrità di una vita comune ed abitudinaria, non serve cambiare città se si è comunque morti dentro, non serve mettere al mondo figli ed alleviarli per poi condannarli all’infelicità.

Apriamo gli occhi dunque, un nuovo giorno si profila all’orizzonte. E’ la cruda realtà della vita ad annichilirci.

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postato da MarcoSorrentino alle ore febbraio 13, 2009 17:04 | link | commenti (2)
categorie: mendes sam
venerdì, 06 febbraio 2009

W. di Oliver Stone

foto1INTERPRETI: Josh Brolin, J.Grant Albrecht, Sayed Badreya, Elizabeth Banks, David Born, Richard Dreyfuss, Scott Glenn, Thandie Newton, Ioan Gruffudd, Ellen Burstyn, James Cromwell, Allan Kolman, Jason Ritter, Jeffrey Wright

PRODUZIONE: U.S.A

ANNO: 2008

DURATA: 129'

Un titolo secco e diretto. Impercettibile, ma denso di significati: W.

W., lettera dell’alfabeto che funziona da inequivocabile passaggio di consegne e che assurge all’assoluto ruolo di protagonista. Si scrive W. si pronuncia ‘double’, ed è così che tutti chiamano il figlio di George Bush, per contraddistinguerlo dal padre.

George ‘Double’ Bush, il peggior presidente della storia americana, il ‘testimone’ volontario dell’undici settembre, nonché il principale fautore di due conflitti mediorientali, ancora incompiuti, Afghanistan ed Iraq, un numero infinito di vittime e un accumulo ancor più grave di disordini e violenza.

Oliver Stone si confronta nuovamente e per la terza volta con un presidente a stelle e strisce, dopo ‘JfK’ e ‘Nixon’, ma questa volta cambia registro, assume uno stile diverso, abbandona la ferocia polemista e le complesse indagini cospiratrici per concentrarsi maggiormente sul personaggio in questione: di fatto il regista, che sembrava completamente affossato dopo il mediocre ‘World Trade Center’ di due anni fa, resta ancora lontano dagli antichi fasti che lo hanno contraddistinto in passato, ma almeno ha ritrovato la verve e l’originalità di un tempo.

W. non è un biopic ( scelta inutile e rischiosa, considerando che il protagonista a cui è dedicato è vivo e vegeto), né tanto meno un ossequioso omaggio ( si sarebbe rivelato  alquanto immeritevole), bensì un’accurata e geniale introspezione della figura ragazzo/ uomo/ presidente, diretta con sorprendente tecnica registica.

George W. Bush spiato dal buco della serratura. Osservato nella sfera privata, attraverso i suoi capricci, paranoie, debolezze, manie ossessive. La vita privata messa a nudo, l’apparente virilità dell’uomo completamente vanificata.

Basandosi su una valida sceneggiatura di Stanley Weiser, caustica e sferzante al punto giusto, il film rielabora attraverso l’ utilizzo di importanti e decisivi flashback più di trent’anni di vita privata, alternando freneticamente il passato con il presente, le confraternite universitarie e le sbornie notturne giovanili, con la vigilia dell’ingresso nella guerra in Iraq nel 2002.

I problemi con l’alcol, le manie religiose, il primo incontro con la moglie Laura ( Elizabeth Banks), l’arroganza e la stupidità di un uomo ed il suo difficile e conflittuale rapporto con il padre, figura emblematica quanto ingombrante: in W.  non vi è traccia alcuna di undici settembre e né, ancor di più, del dubbio svolgimento delle elezioni politiche del duemila dove, dopo un estenuante scrutinio, l’allora governatore del Texas prevalse sul democratico Al Gore con un margine strettissimo di voti. E’ doveroso sottolineare che l’ assenza di questi due importanti capitoli della storia recente è assolutamente voluta, difatti l’attenzione di Oliver Stone più che soffermarsi nel già visto e rivisto, vuole andare oltre, addentrandosi in sentieri diversi, scavando più in profondità, oltre la superficie: la sua non è una semplice rilettura ma un ritratto nuovo, spiazzante. Certo, a vederlo da una certa distanza può sembrare minimale, forse si poteva calcare più pesantemente la mano, c’è il rischio di travisare il messaggio di fondo: ma offrire un’ immagine più ‘seriosa’ di George W. Bush a chi avrebbe giovato?

A parere di chi scrive, non ne avrebbe tratto vantaggio, ma anzi, l’ennesimo e noioso docu-fiction. In realtà W.  è quanto di più accostabile ad uno sconfortante teatrino di burattini, una sorta di puntata extra del ‘Saturday Night Live’, dove i protagonisti intenti a discutere di importanti scelte e strategie da adottare, sembrano invece riuniti in una tombolata fra vecchi amici, a chiamarsi per soprannome e fare a gara a chi dice più scempiaggini.

Inquietante la scena che ritrae il colloquio avvenuto nel 2002 tra il premier britannico Tony Blair e Bush, in cui quest’ultimo pur di trovare un appiglio qualsiasi a cui aggrapparsi propone all’inglese di verniciare un aereo militare americano con i colori dell’ ONU per provocare Saddam, cosicché un eventuale abbattimento del velivolo da parte dell’iracheno sarebbe stato un ottimo pretesto per l’entrata in guerra americana.

Stone effettua una riuscita umanizzazione non accondiscendente del personaggio, dipingendolo come un bambino viziato attorniato da altrettanti cattivi consiglieri, ottimamente interpretati da un gruppo di bravissimi comprimari: Thandie Newton ( Condoleeza Rice), Scott Gleen ( Donald Rumsfeld), Jeffrey Wright ( Colin Powell), ma su tutti spiccano Richard Dreyfuss nei panni del vicepresidente Dick Cheney e James Cromwell in quelli di George Bush Senior.

In una delle scene migliori del film, assistiamo alla delusione di Bush Padre, che non riesce a darsi una spiegazione riguardo alla sconfitta elettorale: un’immagine inedita fin’ora.

Encomiabile Josh Brolin nel dare il giusto spessore al suo personaggio offrendo una valida interpretazione: la somiglianza e la mimica sono pressoché impressionanti.

Chissà se in Italia sarà mai plausibile un’opera così intimista e penetrante su una figura politica nostrana.

W. si presenta come un film grottesco e sarcastico, ironico e dissacrante, dove persino un ritornello musicale soldatesco appare fuori luogo, inadatto alla drammaticità del momento nella quale è collocato. Inadeguato tanto quanto quel tipo là, egoista e inetto, divertente come un clown, capace soltanto di masticare cibo nervosamente e con poca finezza, rischiando peraltro anche il soffocamento.

E’ la storia di un uomo ridicolo. Nient’ altro.

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postato da MarcoSorrentino alle ore febbraio 06, 2009 10:40 | link | commenti (1)
categorie: stone oliver
giovedì, 08 gennaio 2009

MY SCARLET DREAM

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Splendente raggio di sole

 

gradita ragazza che illumini con lo sguardo,

 

catturi l'anima di chi ti guarda

 

di chi ti apprezza,

 

di chi comprende realmente il tuo smisurato talento,

 

di chi ama la tua semplice bellezza

 

di chi ti osserva attentamente

 

di chi non ti giudica in apparenza,

 

di chi si è innamorato follemente

 

di quella tenera Charlotte accovacciata davanti la finestra

 

che disperatamente cerca

 

una via di fuga

 

in un’ esistenza vuota

 

e priva di soddisfazioni.

 

Quelli intensi occhi che è impossibile dimenticare:

 

poiché scrutano nel profondo

 

ed entrano nel cuore.

 

Tristezza e commozione per una creatura smarrita

 

che inconsolabilmente cerca la sua strada.

 

Quel corpo minuto,

 

encomiabile glorificazione all’imperfezione

 

la prorompente sensualità che emana,

 

le emozioni che provoca

 

il desiderio che trasmette.

 

L’ infinita voglia di stringerti a te,

 

carezzarti,

 

abbracciarti,

 

sfiorare le tue morbide labbra

 

per alcuni interminabili secondi.

 

Toccare dolcemente il tuo viso

 

angelico e allo stesso tempo conturbante,

 

guardarti da vicino

 

finalmente,

 

quasi non ci credevo,

 

non ci speravo più.

 

 

Sussurrarti finalmente all’orecchio:

 

SEI UNICA! 

 

 

 

postato da MarcoSorrentino alle ore gennaio 08, 2009 17:41 | link | commenti (1)
categorie: poesie, johansson scarlett

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